A Palazzo Ducale e al Castello d'Albertis una grande mostra con oltre 300 opere provenienti da collezioni italiane per scoprire il più misterioso dei continenti, al di là di tutti i pregiudizi.
Feticci e bandiere, maschere e riti sacrificali, danze e colori, miti e segreti. Africa, il continente meno conosciuto, distorto nel nostro immaginario da stereotipi e immagini di povertà e devastazione. Sono pochi quelli che possono dire di aver davvero compreso il cuore di questo mondo così vicino, eppure pieno di straordinarie differenze e di una ricchezza culturale unica nel suo genere. Per tutti coloro che sono attratti dal fascino del continente nero Genova offre un'occasione di scoprirne l'atmosfera grazie alla mostra 'L'Africa delle meraviglie. Arti africane nelle collezioni italiane'.
Oltre 300 opere, molte mai uscite dalla dimensione privata, per due sedi espositive: il Palazzo Ducale e il Museo delle Culture di Castello d'Albertis. Non soltanto una mostra archeologica, però, ma un percorso che vuole anche indagare sui rapporti tra l'Africa e l'Occidente e in particolare sul collezionismo e la molla che spinge a interessarsi a un tipo di cultura che solo in tempi recenti sta avendo un'ampia diffusione nel nostro Paese, scrollandosi di dosso, come evidenziano gli organizzatori della mostra, l'etichetta di 'arte primitiva'. Sono dunque gli stessi oggetti a raccontare le loro storie, i viaggi che hanno affrontato, gli incontri e gli scontri che hanno provocato, per poi approdare sul suolo italiano. Collezionare, insomma, non come speculazione o volontà di accumulare ricchezza, quanto come desiderio di conoscere mondi diversi.
I curatori della mostra, Ivan Bargna e Giovanna Parodi da Passano, coadiuvati da Marc Augé, sottolineano come ai pregiudizi che riguardano il continente si affiancano quelli verso la sua stessa arte. Non c'è solo, infatti, piacere estetico nelle opere africane e la valorizzazione che le avanguardie artistiche del primo Novecento, da Matisse a Picasso, hanno fatto della cosiddetta 'arte negra', ha imposto degli stereotipi: nelle maschere africane ancora oggi continuiamo a cercare i volti delle 'Demoiselles d'Avignon'.
Anche per mettere in evidenza il legame con il contemporaneo, nell'allestimento è stato coinvolto l'artista Stefano Arienti che con giochi di colori e di ombre ha aumentato il fascino delle opere esposte in un percorso non esageratamente didattico, ma legato alle emozioni e ai racconti degli oggetti, anche grazie a molti documenti video sui rituali, le danze e le atmosfere dell'Africa.
Si possono ammirare, ad esempio, vari feticci, oggetti portatori di forze magiche ambigue, oltre a quasi cinquanta varietà di maschere affiancate a una collezione di colorate bandiere delle tradizionali compagnie paramilitari Asafo dei Fante del Ghana, e poi le Bundu, maschere-elmo della società segreta femminile Sande provenienti dalla Liberia. Chiudono la mostra tre video che documentano altrettante tipologie del collezionare in Africa: quella di un capo tradizionale, quella del direttore di un museo e quella di un uomo politico e professore universitario.
Al Museo delle Culture di Castello d'Albertis la mostra continua con altre sorprendenti scoperte, come una quarantina di Ibeji Yoruba, statuette lignee che rappresentano bambini gemelli considerati canali privilegiati con il mondo invisibile, che circondano una statua di maternità Yoruba. Particolare l'aver poi collocato lungo il percorso della collezione permanente una decina di oggetti della mostra posizionati come 'intrusi' nelle stanze del Castello per creare confronti e contrasti. Molto interessante, infine, il programma degli incontri e degli eventi collaterali, ricco di sorprese, da sessioni di percussioni a un laboratorio per bambini sulle maschere. Un ulteriore modo per approfondire e sentire vicino un mondo lontano, l'Africa, da cui, però, tutti discendiamo.
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