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6 Agosto 2010 ARCHEOLOGIA
di GOFFREDO SILVESTRI Repubblica.it
Vetulonia, la città d'oro etrusca rievoca il suo pioniere
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tempo di lettura previsto 7 min. circa

Isidoro Falchi, l'archeologo dilettante che nonostante le opposizioni ufficiali, nel 1880 riuscì a localizzare Vetulonia, una delle città più ricche dell'Etruria centro-settentrionale, è celebrato in una mostra nel Museo civico di Vetulonia dedicata agli archeologi nell'Ottocento e alle loro scoperte fra Etruria e Lazio antico. Ci volle una commissione ministeriale nel 1893 per riconoscere l'esattezza della identificazione. Ricostruito il corridoio di accesso alla "Pietrera", la tomba principale della necropoli, sempre scoperta da Falchi, dai ricchisssimi corredi.

Vetluna, la moderna Vetulonia, una delle dodici città-stato etrusche più ricche e importanti, spicca su di un rilievo di circa 350 metri sulla pianura di Grosseto, fra la costa di Castiglione della Pescaia e la superstrada in cui è stata trasformata l'Aurelia in quel punto (uscita Giuncarico). Una superstrada che invita a correre e non ad esplorare. Ma questa volta ci sono almeno due buoni motivi per una deviazione a Vetulonia. Una mostra e uno scavo in corso (oltre lo strepitoso panorama sul mare, l'Elba, Montecriso, il Giglio).

La mostra è, fino al sette novembre, al Museo civico archeologico (piazza Vetluna), dedicata agli "Archeologi nell'800. Le città riscoperte fra Etruria e Lazio antico". Lo scavo è a cento metri dal moderno centro, a Poggiarello Renzetti, ed ha portato alla luce il magazzino o cantina con frantoio domestico (pavimento lastricato in pietra) di una domus etrusco-romana del 79 avanti Cristo (una precisazione dovuta ad una moneta). Eccezionali le caratteristiche di altezza (oltre 1, 60) e composizione dei muri con i primi mattoni crudi e cotti al sole, sempre citati, ma mai trovati. Ora lo scavo punta a trovare la parte residenziale della domus (l'intervista 1).

L'Ottocento fu per l'archeologia un'epoca di esplorazioni del territorio, di individuazioni di antichi siti, santuari, necropoli, monumenti. Soprattutto di superattivismo negli scavi, qualcuno direbbe un'epoca "eroica", ma senza freni e scarsi controlli, scavi clandestini con esportazioni illegali, scavi non certo stratigrafici. Alla ricerca soprattutto dell'opera d'arte, del bel pezzo, statue o bronzi da collezionare o piuttosto da vendere agli stranieri, musei o privati. Dalla dispersione delle collezioni sono poi nate le sezioni specializzate dei grandi musei europei. Un superattivismo favorito dagli sterminati feudi nel Lazio e in Etruria, posseduti dalle grandi famiglie e dal governo pontificio. In cui c'era posto per tutti. Professionisti come l'archeologo-topografo antico-docente universitario Rodolfo Lanciani. Principi appassionati come Luciano Bonaparte, Alessandro Torlonia. Il generale Galassi, l'arciprete Regolini. Il direttore del Monte di Pietà di Roma Giovanni Pietro Campana, celebre per i gioielli antichi allo stesso livello del Museo Etrusco Gregoriano del Vaticano. Viaggiatori e artisti, pittori e poeti. E un "medico condotto" (il nostro "medico di base").

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La mostra è dedicata all'attività fra Toscana e Lazio negli ultimi trent'anni dell'Ottocento di Lanciani (per Lavinium, Guidonia, Monte Celio), dei pittori Arthur John Strutt e Vincenzo Seratrice (per Lanuvio), degli archeologi Herman Winnefeld e Antonio Cozza (per Alatri). Tutti centri nel Lazio Antico. Ma siamo a Vetulonia, Etruria centro-settentrionale, e allora il protagonista è Isidoro Falchi, il "medico condotto" perché è lui, archeologo dilettante, che nel 1880 localizzò l'antica Vetulonia che pure citata da antiche, autorevoli fonti come la città (meglio gli etruschi), che aveva fatto scoprire a Roma le insegne del potere, era diventata un miraggio, introvabile. E mentre gli archeologi patentati la cercavano un po' in tutta la Maremma, da Poggio Castiglione a Massa Marittima, Falchi la individuò nel borgo di Colonna di Buriano, sull'antica acropoli di cui sono rimasti resti delle mura.

Nato a Montopoli Valdarno, Falchi più che impegnato con i problemi di salute dei suoi assistiti era affascinato dai racconti dei contadini che gli descrivevano come una aratura anche superficiale portasse alla luce frammenti di bucchero, vasi, statuine di terracotta, bronzetti etruschi, una infinità di materiali. Ci vollero però quattro anni perché Falchi ottenesse il permesso di scavare, fra le polemiche dell'archeologia ufficiale per "metodi di scavo non ortodossi, documentazione approssimativa, linguaggio non appropriato delle pubblicazioni". Il 22 luglio 1887 Vetulonia riaveva da Umberto I l'antico nome. Ma non per questo le contestazioni diminuirono. Nel 1893 una commissione ministeriale riconobbe l'esattezza della identificazione e l'anno seguente Falchi riceveva un premio dalla facoltà di archeologia dell'Università di Firenze e in seguito la nomina di ispettore degli scavi monumentali. E dal 2000 il nuovo Museo civico è intitolato a lui.

Ma Falchi scavatore non si fermò. A Vetulonia, proprio a Poggiarello Renzetti, portò alla luce un quartiere di abitazioni, botteghe, strade basolate, databile in gran parte al III-I secolo avanti Cristo. Soprattutto, ai piedi di Vetulonia, lungo la cosiddetta via dei Sepolcri, una necropoli monumentale (visitabile fino al tramonto, ingresso gratuito) in cui spiccano le grandi tombe orientalizzanti, fine VIII, inizio VII secolo. La Pietrera, il tumulo principale, formato da due tombe sovrapposte che Falchi cominciò a scoprire nel 1892. Il Diavolino (la prima tomba del Diavolino alla fine dell'Ottocento fu smontata e ricostruita nel giardino del Museo nazionale archeologico di Firenze in cui si trova tuttora). Le tombe "a circolo" di grosse pietre infisse verticalmente nel terreno, del Littore, del Duce, del Tridente scavata nell'aprile-maggio 1902 e che ha rivelato un pezzo unico, il monumentale tridente di bronzo dai tre lunghi aghi che è una insegna regale di origine del Vicino Oriente.

Tombe e corredi funerari esprimono il massimo della potenza raggiunto da Vetulonia grazie allo sfruttamento dei giacimenti di piombo, argento, rame delle Colline Metallifere e di ferro dell'Elba, al controllo degli itinerari commerciali di terra e mare con i fenici e le popolazioni dell'Africa e del Nord, alla disponibilità come porto del lago costiero Prile (ora bonificato). Una vera "città dell'oro". Gioielli di bellezza impareggiabile e raffinatezza, in oro, argento, leghe preziose. Collane, bracciali, diademi importati o creati nelle botteghe di Vetulonia e che seguivano nei sepolcri i "principi" etruschi, una aristocrazia economica e guerresca. Insieme ad armi, carri, bardatura di cavalli, oggetti per il banchetto, amuleti.

Gioielli a sbalzo, filigrana, stampo, granulazione. Gli etruschi elaborarono poi una tecnica tutta speciale, il pulviscolo. L'"estremo sviluppo decorativo della granulazione" - spiega Simona Rafanelli, direttore scientifico del Museo archeologico, uno dei curatori della mostra-, attraverso la riduzione dei granuli ad una sorta di 'polverè d'oro con la quale si componeva entro lo spazio esiguo della staffa di una fibula (spilla) o della verghetta tubolare di un'armilla (bracciale), fantasiose sequenze di motivi floreali o nutriti cortei di animali veri e fantastici". Per ragioni di sicurezza questo patrimonio è emigrato subito negli armadi corazzati del Museo archeologico di Firenze, viene esposto in tutto il mondo e periodicamente alcuni esemplari tornano a Vetulonia a rendere preziose le mostre che ogni anno Simona Rafanelli organizza al museo. Così come è accaduto per la mostra dedicata agli archeologi dell'Ottocento, a Falchi in particolare.

In dimensioni ridotte è stato riprodotto il lungo "dromos", il corridoio di accesso alla Pietrera, che si conclude in uno spazio che vuole richiamare la camera funeraria, ove isolato attende i visitatori il monumento simbolo della mostra. La statua femminile in pietra, fratturata, detta "della Pietrera" per il nome della tomba in cui fu trovata, datata al VII secolo (esattamente 630) e quindi una delle statue etrusche più antiche. Rappresenta forse una antenata del "principe" defunto, raffigurata nel gesto del compianto funebre. Nella Pietrera era accompagnata da altre statue in frammenti, di personaggi maschili e femminili. Anche questa più volte esibita all'estero torna per la prima volta a Vetulonia per la quale fu fatta, a più di un secolo dalla scoperta.

Dei centri del Lazio Antico Lavinium, attuale Pratica di Mare, è il punto dove la metastoria vuole che sul finire dell'età del Bronzo sia approdato Enea sfuggito, perché destinato a fondare Roma, alla furiosa conquista greca di Troia. Tito Livio precisa che lo sbarco è nel territorio di Latino re di Laurento e il punto si chiama Troia. Lavinium è la città che Enea fonda e chiama col nome della moglie figlia del re Latino. La leggenda di Enea fondatore di Lavinium è già "radicata" nel 300.

La mostra si conclude con Alatri, Aletrium, una delle principali città degli ernici, circondata da una

cerchia di mura poligonali con torri medievali, lunga due chilometri, considerata la "più grandiosa e meglio conservata d'Italia". Un plastico in scala 1:10 (dal museo di Alatri) riproduce il tempio etrusco-italico ricostruito in dimensioni reali nei giardini del Museo nazionale etrusco di Villa Giulia.

Notizie utili - "Archeologi nell'800. Le città riscoperte fra Etruria e Lazio antico". Dall'11 luglio al 7 novembre. Vetulonia (Grosseto). Museo civico archeologico Isidoro Falchi. A cura di Simona Rafanelli.

Biglietto: 4, 50 euro; ridotto e gruppi 2, 50; scuole 1.

Orari: 10-14; 16-20. Tutti i giorni anche il lunedì a luglio e agosto. Chiuso il lunedì da settembre a giugno. Informazioni 0564-948058 anche fax.