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24 Marzo 2010 ARCHEOLOGIA
La redazione di La Porta del Tempo
Siracusa, una Scoperta Continua: Voza Conversa di Identità e Archeologia dalla Colonizzazione Greca ad Oggi
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Ultimo appuntamento, quello di lunedì scorso, con il "Circolo della Conversazione" all'Antico Mercato di Ortigia, per "Luci a Siracusa". A relazionare su "Siracusa e i percorsi della sua storia" il sovrintendente emerito di Siracusa Giuseppe Voza. A moderare l'on.Fabio Granata: "Sono le nostre radici greche a determinare il nostro spirito d'avventura e di superamento dei nostri stessi limiti - ha esordito il deputato - Con Voza si va dritti al cuore di una storia unica e straordinaria di una città che è molto spesso immemore della sua stessa storia. Siracusa è unica al mondo per la sua stratificazione urbana e storica, ed è entrata nell'Unesco grazie anche alla sapienza di Voza. A lui si deve l'istituzione del sito Val di Noto e il recupero del Castello Maniace dove è intervenuto negli ultimi 30 anni".

L'identità culturale è stato il tema portante della conversazione, nel corso della quale Granata ha sottolineato come l'originario spirito di colonizzazione greca si annidi ancora tra la gente siracusana, anche nel senso di superamento dei limiti. "Paradossalmente, però, questa città che fa? Invece di guardare oltre la prospettiva, critica colui che fa - ha aggiunto Granata - Eppure, Siracusa fu grande capitale politica, tanto grande da fronteggiare Roma. Mi chiedo, dove è finito questo spirito di superare i limiti? E allora mi rispondo: Siracusa è divisa in due, c'è una componente greca ed una sicula che portava le pecore al pascolo. Speriamo, un giorno, di fare incontrare le due identità".

Il Soprintendente emerito Voza ha colto al volo la "provocazione"culturale sulla crisi identitaria: "Fabio, sei un uomo di politica ma anche di cultura - dice Voza a Granata - Bella dunque la tua idea del Circolo della Conversazione, il trovarsi insieme e vedere la partecipazione della gente di Siracusa al dibattito".

Ha inizio quindi la conversazione di Voza su "Antichità e dintorni", un'analisi clinica dell'archeologia e del ruolo degli archeologi, partendo dai Siculi, dalla loro civiltà. Siracusa, centro della Sicilia e del Mediterraneo, ha saputo incorporare la grecità per cinque secoli, gestendo un crogiuolo di civiltà e facendone prezioso bagaglio culturale.

Ma qual è il vero ruolo dell'archeologo? "Una categoria vista con un po' di distacco - ha detto Voza - Non si tratta di Indiana Jones o di scopritori di tesori e di tombe, piuttosto di funzionari deputati dallo Stato o dalla Regione alla tutela del bene archeologico e naturalistico. Era il 1788 quando Federico IV crea le regie custodie, ossia le prime soprintendenze".

Impossibile a questo punto non citare Paolo Orsi, che da Rovereto giunse in Sicilia, in quelle "Miserabili lande di primitivi" - così si chiamavano all'epoca i luoghi archeologici - e in cinque anni scoprì Tapsos e Pantalica. "In quegli anni, il luogo più esplorato in Italia fu la Sicilia di Paolo Orsi", ricorda Voza.

Ampia l'analisi anche su Ortigia, a partire da quando era ancora un'isola nuda, senza abitazioni: "Ai tempi di Archia era il capoluogo di una serie di borgate attorno al mare - spiega il sovrintendente - L'isolotto era attraversato da una lunga dorsale. Nel 734 i greci decisero di fondare la colonia. I punti nevralgici: Il tempio di Apollo, l'Atenaiom (la Cattedrale) e la Fonte Aretusa".

Numerosi gli interventi susseguitisi nel corso degli anni su tali opere strategiche per una ricostruzione delle vicende archeologiche del centro storico di Siracusa, che Voza ripercorre avendone seguito molti in prima persona, e avendo avuto perciò possibilità di confrontarsi sul campo anche con l'aspetto metodologico del lavoro.

"La legge dice che quando si propone un progetto si deve prima tener conto delle aree archeologiche sensibili - afferma a tal proposito Voza - A Siracusa, invece, gli scavi si fanno per imprevisti, si litiga, non si programma. E così il progettista glissa con la solita frase: Abbiamo problemi con la Soprintendenza".

"In piazza della Vittoria, per esempio, si è trovato un tempio, oltre a una strada antica - racconta ancora lo studioso - Lo si confronta con un altro scavo eseguito sotto l'ospedale, nell'area di viale Teocrito. Si sta cercando di verificare se i due ritrovamenti stradali si cucivano con quello rinvenuto in piazza Duomo e poi al Fusco".

Sulla città un punto fermo, a detta di Voza, è questo: c'era un istmo che collegava Ortigia alla terraferma. Scavando nel porto piccolo è stato infatti trovato il punto più antico che arrivava in Ortigia, il ponte di cui parlava Cicerone negli anni in cui venne eseguito un dragaggio: 1300 blocchi furono buttati al largo. Quello era l'istmo che collegava Ortigia alla terraferma, e questo fa supporre, dunque, che la colonizzazione proseguiva sino al Fusco e oltre.