Tutto ha avuto inizio con una mail, corredata di
alcune incredibili foto, inviataci dall'amico
Roberto Mosca, con la quale lo studioso osimano
ci segnalava la presenza di un'imponente struttura
scolpita nella pietra, nei pressi di Bomarzo (Viterbo).
Impropriamente definita piramide etrusca per
la sua forma a cono tronco, la sua straordinarietà venne
subito da noi percepita a seguito della visione delle
immagini ricevute, ricordandoci, altresì, di aver letto
in un libro di Giovanni Feo un preciso riferimento,
parzialmente riportato in epigrafe, all'opera in questione.
Contattammo immediatamente il noto etruscologo
toscano, chiedendogli notizie più dettagliate
in merito, sicuri anche del fatto che questi, essendo un
ricercatore che studia sul campo, avesse personalmente
esaminato il monumento, come puntualmente ci
venne confermato: "Si tratta di un eccezionale altare
piramidale etrusco, uno dei numerosi monumenti
rupestri situati nel fosso Castello, profonda forra vulcanica
che passa sotto il paese di Bomarzo, lì dove si
trova anche il Parco dei Mostri, fatto costruire dai
Conti Orsini". La vicinanza con il celebre Parco "ermetico",
commissionato nel '500, potrebbe non essere
casuale, infatti "esiste la concreta possibilità che frate
Annio da Viterbo e gli altri eruditi, che riscoprirono
la civiltà etrusca nel Rinascimento, dopo secoli di
oblio, abbiano visitato, rimanendo molto impressionati,
sia l'altare piramidale che i monumenti rupestri
della vicina Santa Cecilia e siano stati ispirati da quella
riscoperta dell'antica Etruria e del mondo pre-classico,
che poi produsse il Parco dei Mostri". Da evidenziare,
inoltre, una perdurante associazione di Bomarzo
con un "sacro bosco", che la tradizione poneva
vicino al Fanum Voltumnae.
Nel bosco sacro
La selva consacrata, secondo numerose testimonianze,
circondava l'area centrale della dodecapoli etrusca e il
fatto che questa deliziosa cittadina si trovi in una zona
denominata Selva Cimina o Selva Etrusca, il cui confine era segnato dal fiume Tevere, potrebbe confermare
la succitata ipotesi. Date le premesse, il monumento
merita sicuramente
una visita, ma essendo situato
in una zona difficile da raggiungere,
a causa della fitta vegetazione
disseminata di rovi
e di ripidi sentieri, che serpeggiano
tra siti rupestri e
grandi massi di età protostorica,
chiediamo all'amico Giovanni,
profondo conoscitore
delle aree archeologiche della
Tuscia e della Maremma, di
farci da guida per una spedizione
sul luogo. E così, avvolti
nella terribile afa estiva del
corrente anno, ci ritroviamo il
mattino del 13 Agosto a Bomarzo,
pronti a vivere quella
che si rivelerà, oltre ogni
aspettativa e senza enfasi di
cortesia, un'esperienza davvero
unica. Preceduti da Giovanni
imbocchiamo, come in
una vera e propria caccia al tesoro,
uno stretto sentiero, il
cui inizio è segnalato dalla tomba di un cavallo. Seguendo un
tortuoso percorso costellato di continui
saliscendi facciamo tappa, dopo
circa mezz'ora di cammino,
presso un interessante edificio a
due piani, interamente scolpito
nella roccia e comunemente definito
"abitazione" rupestre, anche se
Feo lo considera inadeguato per tale
uso, vista l'esiguità dello spazio
interno. "Credo verosimile possa
trattarsi di un antico sito sacro, un
privilegiato luogo alto, già frequentato
dai Rinaldoniani in epoca
preistorica. Probabilmente l'attuale
forma di casa venne realizzata dopo
e quasi certamente vi fu un riutilizzo
in età medievale, forse come
eremo e sepolcro per un importante
personaggio". A conforto di
quest'ultima ipotesi vi è la presenza,
appena entrati nel piano terra,
di una fossa rettangolare che ricorda
molto una tomba. "Comunque,
la rifinita fattura del monumento
fa supporre che il sito godesse di
una certa importanza". L'altare piramidale
è distante soltanto una
trentina di metri, ma prima di proseguire chiediamo a Giovanni un
breve approfondimento sull'uso da
parte della civiltà di Rinaldone (2)
dei cosiddetti "luoghi alti", menzionati
anche nel Vecchio Testamento,
punti di osservazione del
cielo e di orizzonti lontani. "Molti
secoli prima degli Etruschi, nel
4000 a.C. circa, gli strategici "luoghi
alti", sulla sommità di forre vulcaniche
solcate da importanti vie
d'acqua, furono frequentati dai Rinaldoniani
" e il gigantesco "luogo
alto" che ci accingiamo a visitare si
trova, ad esempio, proprio in una
zona collegata al sistema fluviale
del Tevere. "La cultura Rinaldoniana,
durata almeno due millenni, si
impiantò e si diffuse proprio lungo
i corsi d'acqua, sulle rupi di
sommità, al di sopra dei fiumi. I
Rinaldoniani scolpirono le pietre,
non solo per farne dei sepolcri, ma
anche per avere dei marcatori territoriali,
oppure per fini astronomici
e di culto. Furono i primi a scoprire
i luoghi alti del territorio e a lavorarne
le rupi".
L'etrusca Disciplina
A questo punto è arrivato il momento
di scoprire l'eccezionale reperto
per il quale abbiamo affrontato
un cammino irto di ostacoli e
un'opprimente umidità, che ha già
lasciato su di noi i primi segni, mitigati
solo dall'eccitazione di vedere
quella che, situata in una piccola
radura tra la densa boscaglia, si rivela
ai nostri occhi una tale meraviglia, da lasciarci letteralmente senza fiato. Ricavato da
un enorme masso di pietra "peperina" e ancora in
buono stato di conservazione, l'altare si erge per circa
15 m. È composto da tre livelli raggiungibili da diverse
scalinate, per un totale di circa 50
gradini, anche se la presenza di altri sepolti
alla base del monumento, frutto
della continua stratificazione del terreno
avvenuta nel corso dei secoli, fa supporre
che esso fosse in origine più alto.
Come in altre strutture etrusche con
funzione religiosa, anche qui il numero
dei gradini potrebbe essere legato a
un preciso simbolismo: "Probabilmente
era in relazione al simbolismo
dell'ascensione verso il Cielo, il mondo
divino, e quindi potrebbe indicare i diversi
passi dell'ascesa, che tradizionalmente
è considerata di 7 fasi successive
o multipli di 7". Tuttavia per avvalorare
tale ipotesi è necessario conoscere
il numero esatto dei gradini e questo
implicherebbe ripulire l'altare dalla terra
che in parte ancora lo ricopre. "La
struttura architettonica è impostata secondo
la nozione archetipa dei tre
mondi", spiega Giovanni, "Cielo, Terra
e Inferi, corrispondenti rispettivamente
all'area apicale, dove si compiva il rito, all'area
intermedia, dove si preparavano le offerte e le altre ritualità,
e allo spazio alla base dell'altare, dove rimaneva
la gran parte dei partecipanti. Alla cima dell'altare, a cui si giungeva per una scala di
nove gradini, poteva accedere solo
l'officiante". Oltre a sedili e nicchie,
sulla facciata si nota un lungo
solco trasversale, che è collegato a
delle piccole vasche di raccolta: "liquidi
consacrati venivano versati in
questa complessa canalizzazione
sacrificale". Tramite le offerte il sacerdote
poteva entrare in comunicazione
con la divinità e invocare il
suo aiuto o ricevere responsi. L'altare,
databile verso il VII sec. a.C., è
stato scolpito dagli eredi della tradizione
sacra, "l'etrusca Disciplina,
che in quei secoli detenevano e
tramandavano i dettami dell'antica
scienza sacra, un compendio di
tutte le conoscenze, arti e tecniche,
compresa l'arte di edificare nei
luoghi "giusti" del territorio". Proporzioni
e forme riflettono un modello
armonioso, frutto di una tecnica
e di un sapere raffinati che, nel
nostro caso, potrebbero aver permesso
alle genti dell'antica Bomarzo
di realizzare tale opera: "Nel
fosso Castello e in quelli contigui,
che portano verso la valle del Tevere,
vi fu un'ampia diffusione di
questo tipo di altari rupestri e ciò
può far supporre che la mano d'opera
fosse locale".
Tempio e osservatorio
L'orientamento della costruzione è
impostato verso i punti cardinali
intermedi, tipico di templi e necropoli
etrusche, tuttavia è probabile
che il masso, prima ancora di essere
sagomato, fosse già utilizzato come
punto di esplorazione dei cieli.
L'altare in età etrusca doveva presentarsi
non troppo dissimile da
come lo possiamo ammirare oggi;
a parere di Giovanni Feo l'unico
elemento forse mancante, a parte
gli scalini interrati, "sono alcune
tettoie, sostenute da pali lignei, che
probabilmente erano disposte in
certi punti speciali della scalinata".
Anche il paesaggio circostante, nella
quasi totalità caratterizzato da
una massiccia presenza di "macchia"
mediterranea, non doveva essere
molto diverso da quello attuale,
se escludiamo alcuni tipi di
piante estintesi nel corso dei secoli.
Nelle vicinanze si trova una "via
cava" che conduce proprio verso
l'altare, anche se purtroppo adesso
è invasa dalla vegetazione e, quindi,
di difficile accesso: "è una tipica
"tagliata" etrusca, anche se fu riutilizzata
in età romana. Le vie cave
erano percorsi sacri e non ordinarie
vie di comunicazione". Il monumento
viene genericamente incluso
tra quelli denominati localmente
"sasso del predicatore", per
la somiglianza con un pulpito. Gli
altri altari sono della stessa epoca e
sempre scolpiti su massi megalitici,
ma con dimensioni finali assai ridotte
rispetto al nostro, anche se,
come tende a puntualizzare Giovanni,
alcuni di questi potrebbero
aver subito delle parziali modifiche,
"per esempio in età romana. Il
riutilizzo dei monumenti religiosi
è un dato immancabile". L'altare
di Bomarzo sarebbe dunque un
unicum nel panorama delle predette
similari strutture architettoniche
etrusche? "Per quanto è a mia
conoscenza questo altare, per forme
e dimensioni, è unico per grandiosità
e complessità" ed è da ricondurre
a un modello archetipico
universale, seppur con variazioni
locali, che ritroviamo, ad esempio,
nelle piramidi maya o nelle civiltà
dell'estremo Oriente, "altari con
una gradinata che conduce a uno
speciale punto di osservazione del
L'ALTARE PIRAMIDALE DI BOMARZO
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