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1 Febbraio 2010 ARCHEOLOGIA
Osvaldo Carigi e Stefania Tavanti La redazione di La Porta del Tempo
LA PIRAMIDE DI BOMARZO
FOTOGALLERY
tempo di lettura previsto 7 min. circa

Tutto ha avuto inizio con una mail, corredata di

alcune incredibili foto, inviataci dall'amico

Roberto Mosca, con la quale lo studioso osimano

ci segnalava la presenza di un'imponente struttura

scolpita nella pietra, nei pressi di Bomarzo (Viterbo).

Impropriamente definita piramide etrusca per

la sua forma a cono tronco, la sua straordinarietà venne

subito da noi percepita a seguito della visione delle

immagini ricevute, ricordandoci, altresì, di aver letto

in un libro di Giovanni Feo un preciso riferimento,

parzialmente riportato in epigrafe, all'opera in questione.

Contattammo immediatamente il noto etruscologo

toscano, chiedendogli notizie più dettagliate

in merito, sicuri anche del fatto che questi, essendo un

ricercatore che studia sul campo, avesse personalmente

esaminato il monumento, come puntualmente ci

venne confermato: "Si tratta di un eccezionale altare

piramidale etrusco, uno dei numerosi monumenti

rupestri situati nel fosso Castello, profonda forra vulcanica

che passa sotto il paese di Bomarzo, lì dove si

trova anche il Parco dei Mostri, fatto costruire dai

Conti Orsini". La vicinanza con il celebre Parco "ermetico",

commissionato nel '500, potrebbe non essere

casuale, infatti "esiste la concreta possibilità che frate

Annio da Viterbo e gli altri eruditi, che riscoprirono

la civiltà etrusca nel Rinascimento, dopo secoli di

oblio, abbiano visitato, rimanendo molto impressionati,

sia l'altare piramidale che i monumenti rupestri

della vicina Santa Cecilia e siano stati ispirati da quella

riscoperta dell'antica Etruria e del mondo pre-classico,

che poi produsse il Parco dei Mostri". Da evidenziare,

inoltre, una perdurante associazione di Bomarzo

con un "sacro bosco", che la tradizione poneva

vicino al Fanum Voltumnae.

Nel bosco sacro

La selva consacrata, secondo numerose testimonianze,

circondava l'area centrale della dodecapoli etrusca e il

fatto che questa deliziosa cittadina si trovi in una zona

denominata Selva Cimina o Selva Etrusca, il cui confine era segnato dal fiume Tevere, potrebbe confermare

la succitata ipotesi. Date le premesse, il monumento

merita sicuramente

una visita, ma essendo situato

in una zona difficile da raggiungere,

a causa della fitta vegetazione

disseminata di rovi

e di ripidi sentieri, che serpeggiano

tra siti rupestri e

grandi massi di età protostorica,

chiediamo all'amico Giovanni,

profondo conoscitore

delle aree archeologiche della

Tuscia e della Maremma, di

farci da guida per una spedizione

sul luogo. E così, avvolti

nella terribile afa estiva del

corrente anno, ci ritroviamo il

mattino del 13 Agosto a Bomarzo,

pronti a vivere quella

che si rivelerà, oltre ogni

aspettativa e senza enfasi di

cortesia, un'esperienza davvero

unica. Preceduti da Giovanni

imbocchiamo, come in

una vera e propria caccia al tesoro,

uno stretto sentiero, il

cui inizio è segnalato dalla tomba di un cavallo. Seguendo un

tortuoso percorso costellato di continui

saliscendi facciamo tappa, dopo

circa mezz'ora di cammino,

presso un interessante edificio a

due piani, interamente scolpito

nella roccia e comunemente definito

"abitazione" rupestre, anche se

Feo lo considera inadeguato per tale

uso, vista l'esiguità dello spazio

interno. "Credo verosimile possa

trattarsi di un antico sito sacro, un

privilegiato luogo alto, già frequentato

dai Rinaldoniani in epoca

preistorica. Probabilmente l'attuale

forma di casa venne realizzata dopo

e quasi certamente vi fu un riutilizzo

in età medievale, forse come

eremo e sepolcro per un importante

personaggio". A conforto di

quest'ultima ipotesi vi è la presenza,

appena entrati nel piano terra,

di una fossa rettangolare che ricorda

molto una tomba. "Comunque,

la rifinita fattura del monumento

fa supporre che il sito godesse di

una certa importanza". L'altare piramidale

è distante soltanto una

trentina di metri, ma prima di proseguire chiediamo a Giovanni un

breve approfondimento sull'uso da

parte della civiltà di Rinaldone (2)

dei cosiddetti "luoghi alti", menzionati

anche nel Vecchio Testamento,

punti di osservazione del

cielo e di orizzonti lontani. "Molti

secoli prima degli Etruschi, nel

4000 a.C. circa, gli strategici "luoghi

alti", sulla sommità di forre vulcaniche

solcate da importanti vie

d'acqua, furono frequentati dai Rinaldoniani

" e il gigantesco "luogo

alto" che ci accingiamo a visitare si

trova, ad esempio, proprio in una

zona collegata al sistema fluviale

del Tevere. "La cultura Rinaldoniana,

durata almeno due millenni, si

impiantò e si diffuse proprio lungo

i corsi d'acqua, sulle rupi di

sommità, al di sopra dei fiumi. I

Rinaldoniani scolpirono le pietre,

non solo per farne dei sepolcri, ma

anche per avere dei marcatori territoriali,

oppure per fini astronomici

e di culto. Furono i primi a scoprire

i luoghi alti del territorio e a lavorarne

le rupi".

L'etrusca Disciplina

A questo punto è arrivato il momento

di scoprire l'eccezionale reperto

per il quale abbiamo affrontato

un cammino irto di ostacoli e

un'opprimente umidità, che ha già

lasciato su di noi i primi segni, mitigati

solo dall'eccitazione di vedere

quella che, situata in una piccola

radura tra la densa boscaglia, si rivela

ai nostri occhi una tale meraviglia, da lasciarci letteralmente senza fiato. Ricavato da

un enorme masso di pietra "peperina" e ancora in

buono stato di conservazione, l'altare si erge per circa

15 m. È composto da tre livelli raggiungibili da diverse

scalinate, per un totale di circa 50

gradini, anche se la presenza di altri sepolti

alla base del monumento, frutto

della continua stratificazione del terreno

avvenuta nel corso dei secoli, fa supporre

che esso fosse in origine più alto.

Come in altre strutture etrusche con

funzione religiosa, anche qui il numero

dei gradini potrebbe essere legato a

un preciso simbolismo: "Probabilmente

era in relazione al simbolismo

dell'ascensione verso il Cielo, il mondo

divino, e quindi potrebbe indicare i diversi

passi dell'ascesa, che tradizionalmente

è considerata di 7 fasi successive

o multipli di 7". Tuttavia per avvalorare

tale ipotesi è necessario conoscere

il numero esatto dei gradini e questo

implicherebbe ripulire l'altare dalla terra

che in parte ancora lo ricopre. "La

struttura architettonica è impostata secondo

la nozione archetipa dei tre

mondi", spiega Giovanni, "Cielo, Terra

e Inferi, corrispondenti rispettivamente

all'area apicale, dove si compiva il rito, all'area

intermedia, dove si preparavano le offerte e le altre ritualità,

e allo spazio alla base dell'altare, dove rimaneva

la gran parte dei partecipanti. Alla cima dell'altare, a cui si giungeva per una scala di

nove gradini, poteva accedere solo

l'officiante". Oltre a sedili e nicchie,

sulla facciata si nota un lungo

solco trasversale, che è collegato a

delle piccole vasche di raccolta: "liquidi

consacrati venivano versati in

questa complessa canalizzazione

sacrificale". Tramite le offerte il sacerdote

poteva entrare in comunicazione

con la divinità e invocare il

suo aiuto o ricevere responsi. L'altare,

databile verso il VII sec. a.C., è

stato scolpito dagli eredi della tradizione

sacra, "l'etrusca Disciplina,

che in quei secoli detenevano e

tramandavano i dettami dell'antica

scienza sacra, un compendio di

tutte le conoscenze, arti e tecniche,

compresa l'arte di edificare nei

luoghi "giusti" del territorio". Proporzioni

e forme riflettono un modello

armonioso, frutto di una tecnica

e di un sapere raffinati che, nel

nostro caso, potrebbero aver permesso

alle genti dell'antica Bomarzo

di realizzare tale opera: "Nel

fosso Castello e in quelli contigui,

che portano verso la valle del Tevere,

vi fu un'ampia diffusione di

questo tipo di altari rupestri e ciò

può far supporre che la mano d'opera

fosse locale".

Tempio e osservatorio

L'orientamento della costruzione è

impostato verso i punti cardinali

intermedi, tipico di templi e necropoli

etrusche, tuttavia è probabile

che il masso, prima ancora di essere

sagomato, fosse già utilizzato come

punto di esplorazione dei cieli.

L'altare in età etrusca doveva presentarsi

non troppo dissimile da

come lo possiamo ammirare oggi;

a parere di Giovanni Feo l'unico

elemento forse mancante, a parte

gli scalini interrati, "sono alcune

tettoie, sostenute da pali lignei, che

probabilmente erano disposte in

certi punti speciali della scalinata".

Anche il paesaggio circostante, nella

quasi totalità caratterizzato da

una massiccia presenza di "macchia"

mediterranea, non doveva essere

molto diverso da quello attuale,

se escludiamo alcuni tipi di

piante estintesi nel corso dei secoli.

Nelle vicinanze si trova una "via

cava" che conduce proprio verso

l'altare, anche se purtroppo adesso

è invasa dalla vegetazione e, quindi,

di difficile accesso: "è una tipica

"tagliata" etrusca, anche se fu riutilizzata

in età romana. Le vie cave

erano percorsi sacri e non ordinarie

vie di comunicazione". Il monumento

viene genericamente incluso

tra quelli denominati localmente

"sasso del predicatore", per

la somiglianza con un pulpito. Gli

altri altari sono della stessa epoca e

sempre scolpiti su massi megalitici,

ma con dimensioni finali assai ridotte

rispetto al nostro, anche se,

come tende a puntualizzare Giovanni,

alcuni di questi potrebbero

aver subito delle parziali modifiche,

"per esempio in età romana. Il

riutilizzo dei monumenti religiosi

è un dato immancabile". L'altare

di Bomarzo sarebbe dunque un

unicum nel panorama delle predette

similari strutture architettoniche

etrusche? "Per quanto è a mia

conoscenza questo altare, per forme

e dimensioni, è unico per grandiosità

e complessità" ed è da ricondurre

a un modello archetipico

universale, seppur con variazioni

locali, che ritroviamo, ad esempio,

nelle piramidi maya o nelle civiltà

dell'estremo Oriente, "altari con

una gradinata che conduce a uno

speciale punto di osservazione del

L'ALTARE PIRAMIDALE DI BOMARZO