l nuovo tipo di particella d'oro cava, contentente una particolare proteina, penetra all'interno del tumore e, colpita da raggi infrarossi, si riscalda fino a "bruciare" le cellule.
Esiste un nuovo tipo di nanoparticella che colpisce selettivamente le cellule tumorali del melanoma, più efficace di quelli sperimentati finora. Si tratta di una piccolissima sfera cava d'oro contenente un frammento di proteina, in grado di dirigersi direttamente alle cellule malate, evitando quelle sane. La proteina utilizzata è infatti un recettore abbondante in questo tipo di cancro e conferisce alle sfere la capacità di individuare i "bersagli". Una volta all'interno del cancro, le nanoparticelle vengono colpite con radiazioni (nel vicino infrarosso, che penetrano profondamente attraverso la superficie della pelle), si scaldano e bruciano la cellula malata. "In pratica, è come far cuocere una cellula cancerosa in acqua bollente. Più calore generano le nanosfere e più efficace è il sistema", racconta Jin Zhang, docente di chimica e biochimica all'Università della California a Santa Cruz e coautore dello studio insieme a Chun Li dell'Università del Texas.
Sperimentate finora sui topi, i nuovi nanoproiettili cavi sono stati presentati il 22 marzo al 237esimo meeting dell'American Chemical Society, e sembrano otto volte più efficaci delle nanosfere piene che non contengono proteine.
Questa tipo di terapia viene considerata dai ricercatori una variante della fototerapia (o ablazione fototermica), un trattamento in cui sono usati impulsi laser per bruciare le cellule malate in casi di tumori superficiali, ma che necessita di precisione e di un attento controllo della durata e dell'intensità, perché il laser può distruggere anche le cellule sane.
I ricercatori ora sanno che è possibile migliorare di molto questa tecnica utilizzando un materiale che assorbe la luce, come una nanoparticella di metallo portata all'interno del tumore. Negli anni sono stati testati vari tipi di nanoparticelle, cercando la migliore combinazione tra forma e materiale.
La soluzione trovata da Zhang e colleghi - nanogusci d'oro, ciascuno dello spessore di un cinquantamillesimo di un capello umano (da 30 a 50 nanometri di diametro) – sembra finora la più promettente per l'elevata capacità di assorbimento nella regione del vicino infrarosso, per le piccolissime dimensioni e per la forma sferica, perfetta per penetrare all'interno delle cellule. L'ultimo passo è stato inserire nel guscio il recettore, conferendo alle nanoparticelle la capacità di individuare le cellule target della terapia. Il prossimo, ha annuniato Zhang, sarà di sperimentare la tecnica sugli esseri umani. (f.v.)
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