Chiudono le industrie tradizionali e anche le fabbriche del sapere non se la passano bene. È il caso della fucina di futuri «Indiana Jones», come qualcuno ha simpaticamente ribattezzato gli aspiranti allievi della la Scuola di specializzazione in archeologia di Matera, che ora rischia di chiudere i battenti. Un brivido, se non proprio panico, è quello che ha iniziato a circolare via blog tra gli iscritti all'Università della Basilicata. Un tam tam scattato nei giorni scorsi on line e che, a macchia d'olio, si è esteso ben oltre l'ambito dell'ateneo. Tra i primi a cogliere la preoccupazione degli studenti Cittadinanzattiva, che ha già raccolto i primi dati a valle di una comunicazione ufficiale comparsa sul sito della Scuola. Risulta, infatti, che per l'Anno Accademico 2008/2009 sarà attivato solo il secondo e il terzo anno di corso.
Non ci sarà il nuovo bando per l'ammissione al primo anno. Come mai questa secchiata di acqua gelida anche su ciò che funziona? Perchè, anticipa il sito, «si sta lavorando per istituire anche all'Università della Basilicata la nuova Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici. È quanto prevede il decreto ministeriale n. 524 del 31 gennaio 2006». Continuano le spiegazioni. «La mancata attivazione dal corrente anno accademico dipende dall'esigenza di attivare preliminarmente la Laurea Magistrale in Archeologia», passaggio obbligato, lo stabilisce «il decreto n. 270 del 22 ottobre 2004».
La cosa, come si può notare, detta in questi termini inizia ad assumere l'andamento del tipico giro di valzer burocratico, difficile da decifrare fino in fondo e capace più che altro a sollevare dubbi, certezze poche e confuse. Ma ancora il sito precisa che «si prevede (è l'espressione che solleva maggiori perplessità, ndr. ), sia l'attivazione della nuova laurea Magistrale che quella della nuova Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici per l'Anno Accademico 2009/2010». Si prevede..., insomma, sentendo anche qualche addetto ai lavori, par di capire che da parte del Rettore, del preside di facoltà, come degli organi dell'Ateneo lucano, nessuno escluso, non si vuol certo cedere, perdere l'occasione di quello che senza retorica è considerato uno dei momenti d'eccellenza del sapere regionale. Vuol dire che da noi non vi sarebbero problemi ad operare i necessari adeguamenti dei corsi di studi, quelli in Conservazione dei Beni culturali, alla normativa del 2004. Si tratta del decreto Moratti che, tuttavia, richiede l'avvio di una laurea magistrale di 5 anni per poter attivare la nuova Scuola di specializzazione, non più triennale, ma biennale in Beni archeologici.
È questa la realtà che in futuro dovrà sostituire il corso di specializzazione ora triennale. Sì, ma quando? Intanto, le iscrizioni sono sospese, anche se c'è chi ritiene che non dovrebbero sorgere problemi ad assicurare i requisiti minimi per il nuovo corso di laurea in Beni archeologici (almeno 8 docenti incardinati), potendo recuperare i professori oggi impegnati nei corsi di laurea biennale di Storia e di tecnologie per i Beni culturali.
La verità, però, è che speranze e timori si mescolano in ugual misura, anche perchè l'ostacolo più serio dipende del fatto che il nuovo corso di laurea, a prescindere dai desiderata lucani, deve comunque essere autorizzato dal Cun, il Consiglio universitario nazionale. In pratica, questi passaggi comportano un quasi certo incremento di spesa a carico del Ministero e, in tempi di vacche magre, si comprende bene quali difficoltà nascono nel concedere ulteriori risorse. Risorse e necessarie autorizzazioni per partire secondo quanto prevedono l'incrociarsi di continue riforme e controriforme, il cui effetto finale potrebbe tramutarsi in una sciagurata ipotesi, quella che con l'acqua sporca butta via pure il bambino.
Tutto questo significa solamente una cosa: che la questione va affrontata senza tentennamenti, va sollevata per evitare di perdere quella continuità necessaria a mantenere in quota nel mondo accademico, non solo italiano, la prestigiosa Scuola di specializzazione materana. In questo senso, le istituzioni locali, regionali, i parlamentari non possono non impegnarsi in un'azione di attenta vigilanza, affinchè Matera non subisca un altro duro colpo sulla scia di una mortificante desertificazione in atto, a tutti i livelli. Sul piatto c'è la perdita secca di esperienze qualificate di ricerche e di studi che vengono riconosciute dalla comunità scientifica internazionale. Non è una cosa da niente.
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