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1 Gennaio 2009 ARCHEOLOGIA
Corriere della Sera
Fine di Roma: CROLLO o EVOLUZIONE ?
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La caduta dell'impero romano d'Occidente (476 d.C.) ha sempre affascinato gli storici. Nel Settecento l'inglese Edward Gibbon le dedicò un'indagine minuziosa, sostenendo che il cristianesimo era stato il fattore principale del crollo. Ma il dibattito sulle cause del tramonto di Roma non si è mai interrotto, tanto che anni fa lo studioso tedesco Alexander Demandt stilò un elenco di 210 ragioni (dalla crisi di legittimità al surriscaldamento delle terme frequentate dalla classe dirigente) indicate di volta in volta dagli storici per spiegare il traumatico evento.

La caduta di Roma vista da Fabio SironiNella fervida discussione sui motivi, tra gli antichisti di vecchio stampo c'era però un consenso generale sulla gravità del disastro: «Uno stacco si verificò, senza dubbio, violento come un urto di continenti », scriveva Santo Mazzarino, uno dei maggiori studiosi di storia romana, nel saggio del 1959 La fine del mondo antico, ora riedito da Bollati Boringhieri (pp. 217, € 14). Poi però nel 1971 lo storico irlandese Peter Brown mise al bando le idee di decadenza e crollo, affermando che c'era stata piuttosto una grande trasformazione, cominciata sotto il tardo impero e proseguita dopo le invasioni barbariche, senza rotture brusche, in un clima di sostanziale continuità. Una tesi che si è fatta strada fino a diventare quasi egemone al giorno d'oggi. Per esempio lo studioso canadese Walter Goffart ha criticato il concetto stesso di «invasioni barbariche»: a suo avviso furono i romani a consentire lo stanziamento dei popoli nordici entro i confini dell'impero, anche se poi quell'esperimento d'inclusione andò «un po' fuori controllo»...contimnua nel link originale