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1 Settembre 2008 ARCHEOLOGIA
La redazione di La Porta del Tempo
Carbonaie del XVI secolo e resti neolitici studiati con foto aeree
tempo di lettura previsto 3 min. circa

Sensazionali scoperte archeologiche in Val Cavargna: sono spuntate alcune carbonaie del XVI secolo e si è avanzata anche l´ipotesi di un insediamento molto più antico, un piccolo edificio a 1.800 metri di altezza, risalente al Neolitico (circa 6.300 anni or sono). Sono alcuni dei risultati di una ricerca con fotografia aerea (in gergo tecnico "aerofoto oblique") effettuata nei giorni scorsi a bordo di un idrovolante dell'Aeroclub di Como. L´indagine ha permesso di completare un piccolo tassello di due progetti di ricerca, "Un lago fra monti e pianura", finanziato dalla Regione, e "Le montagne fra i due Laghi" un progetto Interreg IIIa Italia-Svizzera, finanziato dalla Comunità Europea.

«Il progetto Interreg IIIa - spiega il direttore dei Musei Civici di Como, Lanfredo Castelletti - è nato per far conoscere e valorizzare il territorio compreso fra i Laghi di Como e Lugano, più il versante orientale del Sopraceneri sino a Bellinzona, attraverso la creazione di itinerari turistici e la possibilità di organizzare visite a luoghi e strutture, utilizzando postazioni multimediali e favorendo la diffusione virtuale delle conoscenze con diversi mezzi informatici».

«Fra i tanti risultati che si stanno valorizzando e promuovendo - prosegue Castelletti - alcuni permettono di riscrivere la storia delle nostre montagne, in modo che chi le percorre possa rivivere le complesse trasformazioni che natura e uomo vi hanno lasciato scritto: un compito che i Musei di Como hanno svolto in collaborazione con l´"Associazione dei comuni della regione Valli di Lugano" e la Comunità Montana delle Alpi Lepontine».

In particolare le carbonaie trovate all'Alpe del Rozzo, a circa 1.700 metri di quota in Val Cavargna, e visibili in parte dalla foto aerea obliqua (nella foto in alto, nell´area segnata dalla freccia gialla) sono oltre una ventina e sono state datate con metodo del "carbonio 14 ", o radiocarbonio, appunto al XVI secolo.

«Le carbonaie - spiega il professor Castelletti, che ha preso parte in prima persona alla campagna di aerofotografia - servivano a produrre il carbone di legna, un combustibile a maggiore potere calorifico rispetto alla legna e di più facile movimentazione e trasporto, un tempo fondamentale per l´economia domestica, l'artigianato e l'industria (la sola città di Roma durante l'ultima guerra consumava 900mila quintali di carbone di legna all'anno)».

Ma quali erano gli scopi di tali strutture' «È probabile che queste carbonaie siano state impiegate per avere il carbone necessario a fondere il minerale di ferro estratto dalle numerose miniere aperte in Val Cavargna in diverse epoche e di cui attualmente è visitabile la settecentesca miniera di Mezzano», dice Castelletti. Per gli internauti, il riferimento è al sito www. cmalpilepontine.it.

«Nelle carbonaie del Cinquecento -spiega Castelletti - era stato bruciato prevalentemente legno di abete bianco (oltre il 65%) con legno di abete rosso (il comune "albero di Natale"); il primo è una conifera oramai molto rara che si pensava limitata - nel Comasco - alla vicina Val Sanagra ma che invece è abbondante anche sopra l'Alpe del Rozzo e manca proprio dove sono state rinvenute le carbonaie. L'utilizzo di tutte le 21 piazzole individuate (ma altre ne sono state rilevate dall´aereo) sarebbe stato in grado di produrre, ipotizzando cataste di 150-200 quintali di legna per piazzola, una quantità totale di carbone compresa fra 600 e 900 quintali, il che corrisponderebbe a una superficie di 2- 3 ettari di bosco, se si trattasse di una fustaia di abete compatta di circa 60 anni di età».

Le foto aeree ora saranno analizzate dagli esperti per precisare le scoperte già effettuate nelle ricognizioni a terra in oltre 45 giorni di ricerche, nella speranza di individuare nuovi siti che permetteranno di aumentare ulteriormente l'elevato numero (quasi 150 i ritrovamenti) di scoperte effettuate nel corso di questi progetti, «in un´area - spiega Castelletti - che non possedeva sino ad allora alcuna testimonianza apparente del passaggio dell'uomo».

Il risultato più importante rimane quello di portare a conoscenza del pubblico, a cominciare dalle scuole, la grande ricchezza e varietà della storia delle nostre montagne. Tutto ciò è anche in corso di stampa su appositi volumi e di trasferimento sui siti web dell'Interreg, dei Musei Civici di Como e della Comunità Montana Alpi Lepontine.