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6 Gennaio 2006 ARCHEOLOGIA
Avvenire
Gianicolo, la domus imperiale ritrovata
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Vi ricordate Roma di Federico Fellini, quando la grande ruota che scavava, nelle viscere della città la prima (il film è del 1972) linea della metropolitana, incappava in una scheggia di Storia inaspettata? Dal grembo della terra, infatti, emersero una serie d'ambienti abitativi decorati da mirabili pitture che tornavano alla luce dopo duemila anni di oblio. I lavori della tratta si fermarono e gli operai del XX secolo, con i loro elmetti da minatori, poterono ammirare opere mai viste prime: una serie di ritratti dal volto austero, arguto, dolce e sensuale, narravano di personaggi che una volta erano stati ricchi, potenti, amati e innamorati. Tuttavia, gli scopritori di queste meraviglie, non ebbero neppure il tempo di rallegrarsi o di preoccuparsi per le conseguenze di questa scoperta perché, a contatto con l'aria umida della galleria di scavo, le pitture che per secoli erano rimaste intatte, presero a sbriciolarsi e, in pochi minuti, si ridussero a polvere. Fantasia del genio di Fellini, si penserà. Neanche per idea! Nel corso degli scavi alle pendici del colle Gianicolo per realizzare, nelle adiacenze del traforo «Principe Amedeo», la rampa d'accesso al grande parcheggio che doveva ospitare i pellegrini che sarebbero accorsi in occasione del Giubileo del 2000, accadde, grosso modo, quello che Fellini aveva immaginato nel suo film. La vera differenza fu che la stampa scatenò una furiosa polemica, da una parte, accusando la Soprintendenza Archeologica romana d'intralciare i lavori con l'ordinanza di sospensione che doveva salvaguardare il recupero degli inaspettati reperti e, dall'altra, d'incuria e di leggerezza nell'autorizzare, poi, il prosieguo dei lavori a discapito della grande scoperta. Insomma, secondo alcuni, bisognava bloccare tutto e rimandare la realizzazione del parcheggio, mentre per altri era stato assurdo fermarsi, anche perché, tanto, a Roma di antichità ce ne sono pure troppe e basta scavare un po' per cavare altri tesori. Adesso una grande mostra a Palazzo Altemps a Roma, con legittima soddisfazione, dà torto agli uni e agli altri polemisti di professione. («I colori del fasto. La domus del Gianicolo e i suoi marmi», Roma, Museo Nazionale, fino al 18 aprile). Nulla di quanto era stato scoperto è andato perduto e le eccezionali testimonianze emerse in quell'occasione, recuperate a tempo di record, possono adesso essere ammirate da tutti. Quel che è certo è che si tratta di una delle più interessanti scoperte archeologiche del secolo scorso, con il recupero di tipologie di reperti, prima completamente sconosciuti, come i meravigliosi capitelli da lesena in porfido ed altri materiali che devono essere considerati un vero e proprio unicum nel panorama dell'archeologia greco-romana. Il marmo dall'intenso color porpora, dimostra con chiarezza, che gli ambienti dovevano appartenere ad ambito imperiale. Non per nulla si è ipotizzato, sulla scorta dei testi di Seneca e Filone relativi alle residenze private della famiglia imperiale edificate nella zona, che si tratti della dimora di Agrippina Maggiore (14 a.C. - 33 d.C.), nipote di Augusto e madre di Caligola. Allestita nel suggestivo teatro di Palazzo Altemps, la mostra ricostruisce, in parte, gli ambienti trovati durante lo scavo, come quel deposito di materiali marmorei, circa 500 pezzi, che dovevano servire per ritocchi di eventuali danneggiamenti o sostituzioni per usura, come quando, oggi, nelle case di un certo tipo, si usa accantonare i rotoli da carta da parati perché... non si sa mai. L'altro aspetto saliente di questa affascinante esposizione curata da Matilde De Angelis d'Ossat, Fedora Filippi e Claudio Mocchegiani Carpano, è costituito da rare pitture murarie del II sec. d.C., a fondo bianco su cui compaiono finte architetture e motivi decorativi quali uccellini e maschere di Gorgone. Corredata da un elegante catalogo edito da Electa, la mostra, che consta di circa cento pezzi, annovera reperti di grandissima qualità come gli elegantissimi capitelli di tipo corinzio e quelli ornati da delfini opposti per la testa, la cui coda mima la voluta invertita del capitello ionico. Un'altra meraviglia è costituta da "fogli" d'alabastro, il preziosissimo marmo di provenienza orientale, che dovevano essere utilizzati come rivestimenti per le stanze più importanti. Divinità protettrice di tutta quest'affascinante vicenda sembra essere una statuetta di marmo del tipo dell'Afrodite Charis, la celebre statua di Callimaco, qui ridotta a poco più di cinquanta centimetri. Elegante e sensuale, la dea che si sta togliendo il manto e lascia scoperto un seno, è l'unica scultura emersa dallo scavo.