«Quando passò a miglior vita, all´età di quasi vent´otto anni, Diego Cavaniglia, conte di Montella e Troia e figlio adottivo del re di Napoli Ferrante D´Aragona, era quel che si dice "un bel ragazzo". Ma era anche un guerriero eccellente e un altrettanto capace cavaliere», racconta Gino Fornaciari, docente di Anatomia patologica all´Università di Pisa. Il professore, per circa un anno ha esaminato i resti mortali del Cavaniglia, ritrovati nel febbraio 2004, sotto il pavimento della sacrestia nel convento di San Francesco, a Folloni di Montella, in Irpinia. Quei dati, assieme agli altri individuati dagli esperti che hanno studiato e restaurato quanto appartenuto al conte, sono stati usati per tracciarne l´identikit in una giornata di studi voluta da Fra Agnello Stoia, appassionato studioso di don Diego. Agli incontri, oltre a Fornaciari, hanno preso partecipato Lucia Portoghesi (ha restaurato il corsetto e la gornéa del cavaliere), Antonio Tosini, esperto di armature, e Francesco Negri Arnoldi, che ha studiato il sepolcro monumentale del conte. La cui morte, durante l´assedio di Otranto nel 1441 fu ritenuta sospetta e misteriosa. Nessuno seppe mai con certezza se ad ucciderlo fosse stata l´infezione causata dalla ferita al ginocchio, oppure quel veleno che si diceva somministrato dal fratellastro Alfonso, sospettoso di una tresca con la sorella Eleonora d´Aragona. Certo è che il giovine, sposato con Margherita Orsini, dovette essere una sorta di Bradd Pitt e George Cluney del XV secolo - "non ha caratteri rudi", sostiene Fornaciari - spesso impegnato a far strage di cuori femminili, in senso figurato, e maschili, nel concreto, visto che sin da piccolo era abituato a giostrare nei tornei cavallereschi e a battersi in battaglia. L´immagine emerge appunto dallo studio anatomo patologico (si osservano le ossa, e quant´altro capace di dare informazioni su malattie e ferite) dello scheletro. Che nel caso di Don Diego evidenzia una serie di elementi come lo spessore dell´avambraccio destro o le modifiche di alcune ossa, fatto tipico di chi combatte. Un dato sicuramente interessante, è invece quello che viene fuori dallo studio di Tosini circa l´armatura scolpita sul sepolcro monumentale: il pugnale a dischi, era usato come sfondagiachi, la lama appuntita, robusta e costolata era adatta a penetrare attraverso le maglie di ferro dei "giachi", giubba in tessuto rinforzato da maglia in anelli di ferro, a protezione del torace. Altre informazioni vengono poi della serie di microfratture rintracciate lungo lo sterno, a dimostrazione appunto dei numerosi colpi di stocco ricevuti sul petto, e assorbiti dall´armatura, durante i tornei.
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