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16 Aprile 2005 ARCHEOLOGIA
Il Messaggero
E la regina di Tebe tornò alla luce
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Il recupero evoca i ciak di un film di Fellini. Attorno insieme agli archeologi una folla di paparazzi, operatori tv, curiosi. In primo piano, la statua che, imbragata da una gru, si solleva come un angelo ferito, lasciando sul suo giaciglio di terra, dove ha riposato per 18 secoli, l´impronta dei ricami della sua tunica, sbalzata anche sul retro. In secondo piano, contro il verde del prato i ruderi della villa dei Quintili. Sullo sfondo le sagome delle casacce romane degli anni del boom. Sono le scene che sigillano la scoperta avvenuta nel parco dell´Appia antica, sul retro del Ninfeo, trasformato in castello del Medio Evo, zona che dopo tanti saccheggi sembrava non dovesse riservare più sorprese.

E invece mentre si stava rimodellando il terreno per la settimana dei Beni culturali quando la villa verrà aperta gratuitamente al pubblico e sarà collaudato il nuovo ingresso sulla via dei Trionfi, è spuntata fuori dal terriccio, il dorso affossato da un crollo, questa preziosa scultura. Una Niobe, ora che è stata tirata fuori, e messa al sicuro in un capannone attrezzato per il restauro, non ci sono più dubbi. Alta un paio di metri è una copia identica a quella ammiratissima esposta agli Uffizi di Firenze. Scolpita in marmo greco ritrae la proterva regina di Tebe che osò sfidare gli dei ostentando i suoi prodigi di fertilità e venne punita con l´uccisione di tutti i suoi quattordici figli. Manca purtroppo la testa, amputata e magari ancora là sotto terra. E mancano le braccia. Ma quel che resta è più che sufficiente ad evocare l´epilogo tragico del mito, raccontato da Ovidio:il busto inclinato a proteggere invano l´ultima bambina che le è rimasta, quel corpicino anch´esso mutilato che le si stringe addosso e che tra breve verrà trafitto dalle frecce di Diana.

La scena faceva parte di una quinta monumentale in asse con il palazzo dei consoli Quintili che chiudeva il parco della villa. Ed era attorniata da un complesso gruppo scultoreo che raggruppava tutti i protagonisti dell´episodio, molto simile nel suo sviluppo narrativo a quello rinascimentale che adorna il giardino di Villa Medici al Pincio. C´erano sicuramente le altre 6 figlie di Niobe: lo conferma una testina di marmo ritrovata poco distante e ora esposta nell´antiquario dell´area. Probabilmente i due dei giustizieri, Apollo e Artemide: magari, ipotizzano gli archeologi, proprio quelle due statue di stile più arcaicizzante dei figli di Latona, la dea offesa, trovate nell´anteguerra proprio qui in zona e ora esposte a palazzo Massimo. E al gruppo apparteneva quasi sicuramente anche quell´enigmatico Zeus seduto su una roccia, trovato in scavi recenti, un´anomalia iconografica che prima nessuno riusciva a interpretare. E che ora invece ritrova un suo senso. «Lo scultore - spiega Rita Paris, coordinatrice dell´Appia Antica - Lo aveva sistemato sulla sommità del monumento, arbitro impotente della contesa, lo sguardo impietosito da tanto orrore che neppure lui, padre del marito di Niobe, era riuscito ad arrestare. E omaggio dei proprietari della tenuta, i due fratelli Quintili all´imperatore Marco Aurelio, che aveva eletto il re dell´Olimpo a suo modello». Ora mentre la Niobe, esposta come trofeo nella imminente festa della cultura, verrà restaurata, gli archeologi sono alla disperata caccia di fondi per proseguire gli scavi.