«IO voglio solo la luna, Elicone. So bene in che modo morirò. Non ho ancora esaurito tutto ciò che può alimentare la mia vita. Perciò voglio la luna». Così il Caligola raccontato da Albert Camus attendeva la fine dei suoi giorni: inseguendo la luna. Anche il Caligula dell'omonimo romanzo di Maria Grazia Siliato, uscito recentemente da Mondadori, desidera in qualche modo la Luna. E, che fosse pazzo o no, Gajus Caesar Germanicus, detto Caligola per la calzatura militare che indossava da bimbo (la caliga), era certamente un uomo più avanti del suo tempo. La sua Luna era la Pace, e la pace non è un sogno realizzabile. Succeduto a Tiberio nel 37, era un imperatore giovane, forse un po' megalomane, e forse anche molto solo, ma aveva un sogno ben preciso: realizzare una pace mediterranea. Globale. Senza livellamento di idee e di culture, ma sotto l'egida di un Impero Romano troppo potente per poter accettare un simile compromesso. Per questo Caligola fu ucciso a soli ventinove anni, con la moglie Milonia e la figlioletta di pochi mesi, dopo quattro anni di "regno". Questa la tesi che la scrittrice e archeologa genovese Maria Grazia Siliato porta avanti nel suo romanzo, il cui sottotitolo è "Il mistero di due navi sepolte in un lago. Il sogno perduto di un imperatore", un imperatore del quale costringe a ripensare totalmente l'immagine.
La sua tesi poggia su una storia affascinante che, come tutte le storie affascinanti, si è confusa fino a pochi decenni fa con la leggenda. La leggenda di due navi sepolte nel piccolo lago tra Nemi e Genzano, a pochi chilometri da Roma. Un laghetto vulcanico dormiente che fino alla Seconda Guerra mondiale custodì le uniche testimonianze di una avanzatissima (e ignorata) tecnica navale romana, ovvero le navi più grandi dell'Antichità, di cui nessuno storico fece mai menzione. Perché? Un primo interrogativo.
Per secoli si costruirono storie sul tesoro nascosto nel lago, e il fatto che in molti riuscissero a "pescarvi" tracce delle ricchissime navi confermava le ipotesi. Con ganci venivano tirati su dal fondo frammenti di colonne, travi, tessere di mosaici, poi dispersi nei musei d'Europa. Che il bacino custodisse una ricchezza era chiaro, così nel 1928 si procedette ad un parziale prosciugamento. A dieci metri di profondità comparve la prima nave, lunga 71 metri, e dopo sei mesi la seconda. Questa toccava addirittura i 73 metri di lunghezza. Ricostruendole si scopre che queste imbarcazioni erano sì fatte per galleggiare, ma non per navigare. Deduzione logica, in un lago talmente piccolo. Una di loro, la più "piccola", non ha neanche i remi, ed è tutta in metallo. Come potesse galleggiare è un mistero. Ma allora che funzione avevano le due navi? Si trattava di navi-tempio, palazzi galleggianti dedicati al culto di Diana, dea della Luna e dei boschi. E proprio perché lo sguardo della statua di Diana potesse guardare la luna piena, simbolo della Vita che ogni mese cambia e si rigenera, sulla prua della nave era stata costruita una piattaforma rotante. Del resto sulle rive del lago già in epoca protostorica era stato costruito un tempio dedicato alla Diana Nemorensis, il che farebbe del lago di Nemi un luogo adibito al culto di questa divinità. Cosa ci porta a Caligola, "frequentatore" abituale dell'Egitto? Il filo rosso del culto isiaco: sotto le ceneri di Pompei sono stati ritrovati resti di un edificio fluttuante dedicato al culto della dea egiziana Isis, altrimenti detta Artemide o, a Roma, Diana, un edificio simile alle navi rituali egizie che compivano sul Nilo il tragitto che simboleggiava il viaggio dell'Anima. Un parallelo culturale confermato anche dal ritrovamento nel lago di Nemi di un sistro, lo strumento musicale dell'estasi meravigliosa che si utilizzava nei riti isiaci.
Chi ha distrutto le navi e seppellito con esse il sogno di pace di un imperatore che, secondo la Siliato, era democratico e aperto all'intercultura? «Oggi Caio Cesare Germanico avrebbe saputo parlare con il nostro stesso linguaggio - sostiene l'archeologa aggirandosi intorno al modellino di una delle due navi romane che campeggia nel portico della sua dimora lanuvina -, fu l'unico imperatore romano sotto il cui regno non ci furono guerre. Le chiglie vennero spaccate a colpi d'ascia, facendo affondare le navi, ancora nuove, con i loro tesori». Perché? «Fu la grandezza di Roma a determinare la morte dell'imperatore - sostiene l'archeologa -, il Senato romano non era ancora pronto a concedere quello che la modernità di Caligola pretendeva. Abbiamo ritrovato anche monete che testimoniano la sua volontà di diminuire le tasse ai ceti più bassi. Tutte le sue innovazioni furono fatte passare per follie». Così, la damnatio memoriae si abbatté su di lui. Ben due volte: sistemate nel museo costruito appositamente per loro nel 1935, le navi vennero ridotte in cenere il 31 maggio del 1944, probabilmente ad opera delle truppe tedesche in ritirata dall'Italia. Rimangono i modelli, ricostruiti in base a disegni e foto in scala a un quinto del vero, esposti al Museo delle navi romane di Nemi. A testimoniare una lucida "follia" di cui oggi avremmo un gran bisogno: la pace globale.
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