LONDRA - Morire al Colosseo? Per un gladiatore sarebbe molto più probabile essere ucciso a Hollywood. E' quanto sostiene Steve Tuck, archeologo statunitense che, esaminando una serie di reperti provenienti dall'antica Roma, si è convinto che i combattimenti gladiatori erano delle messe in scena, paragonabili ai moderni match di wrestling, nei quali nessuno si faceva male davvero. Nulla a che vedere, dunque, con le scene cruente di certi kolossal hollywoodiani, come Quo Vadis o il Gladiatore.
"La lotta gladiatoria è sempre stata associata all'uccisione e allo spargimento di sangue", ha spiegato Tuck in un articolo pubblicato dalla rivista New Scientist. "Ma in realtà penso che si trattasse di un'arte marziale a puro scopo d'intrattenimento volta a far divertire gli spettatori".
Per circa 800 anni, dal IV secolo a.c. al IV secolo d.c.,
criminali, prigionieri di guerra e schiavi erano comprati da facoltosi romani per essere addestrati a combattere nei giochi gladiatori. Lottavano fra loro o contro gladiatori professionisti, che erano uomini liberi, in anfiteatri come il Colosseo usando spade, arpioni e lance.
Generalmente dovevano sostenere due o tre combattimenti l'anno e se riuscivano a sopravvivere tre o cinque anni di combattimenti, potevano ottenere la libertà. Ma secondo Tuck, che ha analizzato 158 immagini risalenti a quel periodo raffiguranti i giochi, il rischio per un gladiatore di venire ucciso era quasi inesistente.
Lo studioso fonda la sua tesi su un raffronto delle immagini contenute su lampade e dipinti murali con i manuali sulle arti marziali prodotti in Germania e in Italia durante il Medioevo e il Rinascimento. Da questo confronto emergono una serie di similitudini, dalle quali risulta che lo scopo del gladiatore era semplicemente quello di sconfiggere l'avversario, non di ucciderlo.
Le teorie di Tuck trovano appoggio in ambiente accademico. Simon Esmonde Cleary, storico dell'università di Birmingham, concorda che la lotta gladiatoria non fosse necessariamente cruenta e mortale. "Al giorno d'oggi, ci si concentra troppo sul Colosseo di Roma nel quale i giochi non si svolgevano necessariamente con le stesse modalità di quelli in altri anfiteatri dell'impero", ha affermato.
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