La scoperta, nel Colle Oppio, di un mosaico con scena di vendemmia, è di enorme interesse. L´opera, che già dalle prime immagini appare di notevole pregio artistico, è rara per il suo essere un mosaico parietale, per le dimensioni e per la cronologia. I primi dati del rinvenimento, insieme con quelli ricavati da vecchi resoconti e dalle indagini degli ultimi anni, segnalano inoltre la presenza di ambienti la cui investigazione porterà certamente a nuove scoperte. Non è mancato nemmeno un pizzico d´avventura, in un suggestivo miscuglio di arcaismo e di modernità: gli speleologi si calano nelle grotte come gli esploratori e gli artisti di alcuni secoli fa, ma il loro lavoro è accompagnato da attrezzature sofisticate.
Com´è già accaduto per l´ormai celebre «affresco della città dipinta», rinvenuto circa sette anni fa a pochi metri di distanza, gli specialisti avranno modo di precisare quale sia l´effettivo apporto di questo mosaico alla storia dell´arte romana. Ma la scoperta è rilevante anche perché fa progredire le nostre conoscenze di una zona centrale della Roma antica, una zona densa di edifici famosi e ricca di memorie. In età imperiale sono ricordati su questo colle, tra l´altro, gli Orti di Mecenate, il Portico di Livia, parte della Domus Aurea, le Terme di Tito, le Terme di Traiano, la Prefettura urbana. Ma l´Oppio doveva essere anche un luogo prediletto dagli scrittori: vi sorgevano infatti le case di Virgilio, di Orazio e di Plinio il Giovane.
Se, com´è stato ipotizzato, l´affresco della città dipinta e il nuovo mosaico con scena di vendemmia appartenevano a un unico complesso di età neroniana, contiguo all´area della Domus Aurea, il progetto urbanistico intrapreso da Nerone in questa parte della città richiede ulteriori riflessioni. Gli antichi nemici di quell´imperatore, imitati da numerosi critici moderni, hanno visto nella Domus Aurea una chiara manifestazione della megalomania neroniana: troppo lusso, troppe spese e una sconfinata ambizione, inevitabilmente destinata al fallimento. I giardini, il grande stagno, i ruscelli, i portici, le cupole, gli stucchi, le gemme, gli affreschi e i marmi voluti da Nerone compongono dunque un tipico cliché dispostico: come in un´antica Versailles, mentre il popolo muore di fame il sovrano celebra se stesso e i propri amici dilapidando le finanze pubbliche. Le nuove scoperte del Colle Oppio fanno apparire l´operazione di Nerone ancora più ambiziosa perché mostrano che essa prevedeva di estendersi, con interventi di alta qualità, anche oltre i limiti, pur ampi, della vera e propria residenza imperiale.
Ma più gli storici studiano la cosiddetta megalomania neroniana, più essa appare non soltanto come un dato caratteriale perverso, tipico di un individuo portato alla follia da un potere eccessivo e da una sensibilità esasperata, ma come un comportamento che esprimeva anche intenzioni politiche complesse. Vediamo quali indicazioni potrebbe darci la nuova scoperta se la volgiamo in questa direzione. Le condanne antiche degli interventi neroniani in questa zona della città dipendevano in larga misura dal fatto che egli, approfittando della devastazione provocata dall´incendio del 65 d.C., aveva acquisito, per il proprio uso personale, spazi che tradizionalmente appartenevano alla collettività, sia per gli usi dell´edilizia abitativa, sia per le funzioni pubbliche. Non era soltanto una questione di lusso: la gigantesca villa costruita da Adriano aveva poco da invidiare, per sfarzo, a quella di Nerone. Ma Adriano ebbe l´accortezza di occupare una zona rurale e di espropriare al massimo qualche fattoria, mentre Nerone pretese per la sua dimora il centro di Roma, una zona dove, dopo l´incendio, avrebbe invece dovuto nuovamente pulsare la vita del popolo. Ma se sarà confermata l´ipotesi che il complesso scoperto sul Colle Oppio apparteneva a un sontuoso edificio amministrativo, questa interpretazione del progetto neroniano dovrà essere, almeno in parte, rivista. Dovremmo infatti dedurne che mezzi ingenti e talento di artisti e di architetti, furono destinati non solo ai lussi privati del principe, ma anche, in aree contigue alla stessa Domus Aurea, a edifici propriamente pubblici, nel quadro di un progetto urbanistico molto articolato, non solo esteticamente ma anche funzionalmente.
Senza timore di esagerare, si può dire che si sia aperta una nuova frontiera dell´archeologia romana. Ma la forza delle cose vuole che questi problemi dell´arte e della politica antica si leghino ai ben più miseri problemi dell´attualità. Polemiche strumentali, unite a oggettive difficoltà di bilancio, fanno sì che scoperte come questa, il cui significato è universale, cadano in un momento di ristrettezze. Ma oltre alle esigenze della conoscenza, ci sono quelle della conservazione, che non ammettono rinvii. Il sottosuolo del Colle Oppio non è una massa di terreno compatto, ma un intrico di "grotte" soggetto a infiltrazioni e a crolli. Non dimentichiamo che questa scoperta è stata propiziata da un cedimento del suolo.
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