PESARO - A pochi centinaia di metri da villa Guerrini (ora Galantara) di Trebbiantico, sul dorsale che guarda la città, di fronte alla frazione Case Borghetti, sorge una necropoli dell´età del ferro appartenente alla civiltà picena che gli storici (ma non tutti) credono aver popolato per prima il territorio pesarese.
A "scoprirla" ufficialmente fu, nel 1873, il conte Dario Bonamini che, venuto a conoscenza del ritrovamento in quel luogo di vari oggetti e di una antica stele in arenaria con incisa una battaglia navale (ora al Museo Pigorini di Roma, ma una copia è visibile nel Museo Oliveriano di Pesaro), decise di compiere alcuni scavi che portarono alla luce antiche tombe ma i reperti ritrovati non vennero conservati perché ritenuti di scarso interesse.
Nel 1891 l´archeologo Eugenio Bormann riprese gli scavi e, la scoperta di nuove tombe con cadaveri adagiati su ghiaia e il ritrovamento di vasellame in rame e in coccio, portò il prof. Edoardo Brizio, direttore degli scavi di antichità dell´Emilia e delle Marche, a sottoporre la località a ricerche più accurate.
La zona interessata venne suddivisa in due parti: Molaroni e Servici (dai proprietari dei terreni). I lavori, previsti per un solo anno, iniziarono il 28 luglio 1892 partendo dalle zona più a valle (Molaroni) e, dopo alcune tracce di antichi focolari e di numerosi frammenti di vasi, un poco più a monte, vennero scoperte, a circa un metro e mezzo di profondità, 142 tombe, databili attorno all´810 a.C., i cui defunti giacevano su un pavimento di sabbia o di terra.
Secondo il rito neolitico, essi erano rannicchiati sul fianco destro, con la testa appoggiata su una specie di cuscino e, accanto a loro, molti oggetti personali.
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Risalendo la china, ed entrando nella proprietà Servici, vennero alla luce altre 121 tombe risalenti al 750 a.C. (alcune delle quali "a più piazze") dove la maggior parte dei cadaveri non appariva rannicchiata ma distesa su un fondo di ghiaia mescolata a calce. Quasi tutte le tombe, erano sormontate da cippi o stele che, forse, indicavano il grado sociale della persona sepolta. Dal numero dei corpi rinvenuti e dal loro esame osseo si è potuto accertare che la comunità era composta normalmente di circa 250 unità e che gli uomini erano robusti e di alta statura. Gli oggetti rinvenuti accanto ai corpi portano a pensare che indossassero comode tuniche di lino o di lana fermate con spille di bronzo sulla spalla sinistra e che si dedicassero alla caccia, alla pesca e alla guerra. Le donne, invece, sembrano essere state attente ai lavori domestici: portavano vesti appuntate sul petto con fibule d´ambra e strette ai fianchi con cinte più o meno lavorate. Grazie al ritrovamento di alcuni pendagli di forma umana sappiamo, inoltre, che esse portavano orecchini d´ambra e i capelli intrecciati, o raccolti, sul capo con fermagli. La notizia degli scavi fece epoca e fu allora che al Brizio venne proposto l´acquisto di una stele con incise, su un lato, scene di vita quotidiana e, sull´altro, una iscrizione di 12 righe in una lingua sconosciuta: stele ritrovata, alcuni anni prima, nel podere di Valmanente nei pressi della chiesa di S.Nicola (la pietra, per alcuni un falso, è oggi presso il Museo Pigorini di Roma). Tutto il materiale rinvenuto dal Brizio, ad eccezione di quello di due tombe dato al Museo Pigorini di Roma e al Museo Archeologico di Ancona, venne assegnato al Museo Oliveriano di Pesaro. Nel 1912 gli scavi vennero ripresi ma furono subito sospesi perché l´apertura di una trentina di tombe non presentò alcuna novità: il materiale recuperato venne tutto assegnato al museo anconetano. Oggi, di tutti i reperti estratti dalla necropoli di Novilara rimane ben poco: la maggior parte di quelli affidati al Museo Oliveriano andarono dispersi durante il terremoto del 1916 e quelli consegnati ad Ancona furono distrutti, per oltre il 50%, dal bombardamento aereo che la città subì nel 1944.
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