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23 Maggio 2004 ARCHEOLOGIA
Il Gazzettino Online
Dalla terra un mattone romano
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Tre parole in latino: "Cai Titi Hermerotis". Tre parole scolpite su un mattone incastrato in un vomere. E la storia di Latisana cambia. Selva di Sopra, Crosere. Nel 1988 iniziano i lavori di ampliamento dell'acquedotto. A un metro e ottanta di profondità, le ruspe si fermano: c'è un pavimento in cocciopesto, di quelli con cui si lastricavano le aie in età romana. Più a ovest, emerge un muro in mattoni. Forse una villa rustica. Accanto, una tomba a cassetta. Dalla terra affiorano embrici, sbucano frammenti di anfore, chiodi, coppette. Gli appassionati di storia e di archeologia rispolverano l'Itinerarium burdigalense, minuzioso diario di viaggio di un pellegrino diretto in Terrasanta nel 333 d.C.: proprio lì, a Selva di Sopra, a nove miglia romane da Concordia, c'era una mutatio, una stazione di cambio di cavalli. Si chiamava, probabilmente perché stava a due passi da una locanda, "Ad Paciliam". "Là di Pacilia", si direbbe oggi. Selva di Sopra, Crosere, maggio 2004. Ivano De Marchi lavora di vomere e trattore al suo campo, dietro al nuovo acquedotto. La terra gli regala sempre qualcosa: embrici, mattoni a spicchio d'arancia, tessere bianche di mosaico. Stavolta, però, su quel frammento di tegola grigia, ridotto a un trapezio lungo trenta centimetri e alto una quindicina, c'è anche una scritta: "Cai Titi Hermer?". "Hermerotis, il bollo di una fornace romana che sfornava materiali per l'edilizia nel I. secolo d.C.". L'"expertise" è di Vinicio Galasso, cultore di memorie storiche locali. Che, citando gli studi di Cristina Gomezel, retrodata all'età di Tiberio e Nerone la romanità di Latisana. Oggi, a 16 anni dalla scoperta di Apicilia, che ha dato il nome all'associazione degli archeologi che l'hanno riportata alla luce, varrebbe davvero la pena che le istituzioni ordinassero un altro colpo di ruspa.