Le ossa conservate e venerate da più di settecento anni nella basilica di Santa Giustina a Padova non appartengono all'evangelista Luca. Lo dice l'archeologia, che va oltre la tradizione popolare e le convinzioni di fede. Padova "perde" quindi un "suo" santo, ma fa luce sulle vicende intricate e talora oscure di oltre mille anni della sua storia da quando la città era municipio romano fino all'epoca in cui rispondeva al doge di Venezia. E le polemiche sono già dietro l'angolo. Anzi, sono iniziate ancora prima che il direttore del museo archeologico di Padova, Girolamo Zampieri, formulasse la sua teoria a conclusione di un lungo cammino di ricerca e confronti, non solo con altri reperti e documenti disponibili ma anche con i più esperti studiosi del settore. Lo ricorda lo stesso archeologo nelle conclusioni del suo ponderoso saggio "La tomba di San Luca Evangelista. La cassa di piombo e l'area funeraria della basilica di Santa Giustina in Padova" (L'Erma di Bretschneider, pp. 412, 205 euro), presentato sabato davanti a un folto pubblico in sala Rossini al Pedrocchi, con gli studiosi Vincenzo Fiocchi Nicolai, Gemma Sena Chiesa, e Andrea Tilatti, moderatore il professor Antonio Rigon: «Si sono voluti esprimere giudizi scientifici senza conoscere il contenuto del mio libro».
La tradizione vuole che le spoglie di San Luca siano giunte a Padova da Costantinopoli per iniziativa di Sant'Urio, ma non ve n'è traccia nei documenti altomedievali: «Oltrettutto - fa notare Zampieri - se "trasporto" ci fosse stato sarebbe stata più logica come destinazione la chiesa madre di Aquileia o, al massimo, Concordia. Non certo Padova».
Così l'unico dato certo è l'inventio, la "scoperta", di una cassa di piombo con dentro le spoglie di un uomo: è il 1177, quando sul soglio pontificio c'era Alessandro III e il potere temporale era controllato da Federico I. Il vescovo Gerardo Offrenducci, su pressione dei padovani all'indomani di un furioso incendio che devastò Padova ma lasciò integra la basilica, d'accordo con l'abate di Santa Giustina, Domenico, avviò una serie di scavi nel cimitero basilicale alla ricerca delle spoglie di Santa Giustina che molti secoli prima erano state nascoste nel sottosuolo insieme a quelle di altri martiri per sottrarle ai barbari invasori. Le ricerche furono fortunate: presto riemersero il corpo di Santa Giustina, le arche dei santi Innocenti, quindi dell'apostolo Mattia e infine di San Luca.
«In realtà, nonostante il vescovo Gerardo abbia associato fin da subito quelle spoglie ai venerandi resti dell'evangelista - interviene Zampieri - nulla sulla cassa, tra i resti umani o gli oggetti contenuti, non solo non dimostrava quell'affermazione ma non la lasciava neppure supporre. Tra l'altro, le descrizioni dell'evento sono piuttosto vaghe (tralasciando anche di definire il luogo esatto e di specificare se lo scheletro era "sine capite", come riferito in seguito) e in quel momento non si aveva più neppure la cognizione di come sarebbe avvenuto il trasporto del santo da Costantinopoli».
L'occasione per affrontare scientificamente la questione dell'arca di San Luca è venuta nel 1998 quando il vescovo di Padova, Antonio Mattiazzo, accogliendo la richiesta del metropolita ortodosso di Tebe, l'arcivescovo Hieronymos, di avere un "frammento significativo" dell'evangelista da collocare nella chiesa tebana dov'è venerato il suo sepolcro, costituì una commissione di studio interdisciplinare per la ricognizione dei resti, ricognizione iniziata alle 13.30 del 17 settembre 1998.
Da quel momento per Girolamo Zampieri è iniziata una sottile sfida scientifica che lo ha portato a stabilire che la cassa in piombo, piuttosto modesta, è opera del III-IV secolo; che l'inumato è coevo alla cassa e potrebbe essere di origine siriana (e la presenza a Padova di orientali nel IV secolo non stupisce); che il simbolo della "stella" impresso su un lato della cassa di piombo non rappresenta un segno cristologico o comunque cristiano, ma piuttosto ricorda gli otto dardi di valore apotropaico frequenti in ambiente pagano; che per tutto questo e una miriade di altre considerazioni supportate da riscontri archeologici e documentali "quello scheletro non può appartenere a san Luca".
«Ho puntato a un risultato che obbliga alla riflessione, al confronto, allo studio delle fonti e all'indagine archeologica, non già alle fantasie e alle leggende destinate - conclude Zampieri - Certo, non sono mancati tentazioni e dubbi. Per quel che mi riguarda ho cercato, fin dove possibile, di raccogliere e ordinare informazioni con l'attenzione che l'archeologia esige».
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