«Il nostro lavoro, che alla fine della campagna di restauro della scorsa primavera sembrava ultimato, è stato vanificato in un batter d'occhio. Un disastro terribile». Roland Gilles, archeologo e restauratore del prestigioso Institut du monde arabe di Parigi, aveva appena completato a Bam un importante lavoro di riordino delle strutture.
«La fortezza, delicata perché fatta di sabbia impastata, si è sbriciolata: è rimasto in piedi solo lo scheletro.- dice - È andata un po' meglio con i muri delle abitazioni interne, fatti d'argilla: hanno retto e sono stati risparmiati dalla furia del sisma. Ma il vero dramma è rappresentato dalla fortezza, che era un intrico di cunicoli, camere sotterranee e stanze segrete; qui si sono consumate storie a tinte fosche e intrighi di corte».
La fortezza di Bam ha attraverso cinquecento anni di storia: «È stata fondata dai Sassanidi nel 500 d.C. - spiega Gilles - come fortino e posto di scambio per le carovane dirette in oriente per i commerci; tuttavia il momento di maggiore espansione è stato nel XVI e XVII secolo quando questa mirabile struttura era abitata dai Savafidi. Fu un periodo splendido e i resti conservati testimoniavano fino a pochi giorni fa questo antico sfarzo, con intarsi, arabeschi e mosaici, ora sventrati». Un lavoro che ha richiesto tempo e maestria:«Abbiamo dovuto ripulire e restaurare tutto ciò che testimoniava la storia di Bam. Oggetti e strutture erano stati rimessi a nuovo con un restauro per nulla invasivo: leggero e rispettoso degli stili dell'epoca. Pochissimo era stato ricostruito».
Adesso bisogna pensare alla ricostruzione: «Per prima cosa, - ammette l'archeologo - in accordo con l'Unesco, del cui patrimonio Bam faceva parte, occorre valutare i danni e vedere che cosa è da restaurare e che cosa da ricostruire ex novo. Perché questa volta il restauro non basterà; bisognerà riedificare larghe parti dell'abitato; bisognerà, insomma, prendere il coraggio a due mani e decidersi a ridare vita a una realtà rasa al suolo. È già stato fatto altre volte».
Il terribile sisma, aggiuge Gilles, non ha risparmiato altri siti archeologici: «Sì, purtroppo. Innanzitutto "Bam nuova", un micro-ambiente storico dove gli abitanti, annientati dai crudeli cavalieri afghani, si stabilirono a partire dal 1772 e diedero vita a una realtà abitativa nuova, ma costruita con antichi sistemi: è qui che si contano la maggior parte delle vittime. Ed anche nella zona di Kerman hanno riportato danni l'antico mausoleo savafide di Mahun e le mura e le statue del giardino di Ghajar. Sono tutti reperti del XV secolo che testimoniano lo sfarzo della civiltà savafide e che ci dicono che Bam non fu un esempio isolato di arte urbanistica locale».
Lo studioso francese non ha mai dimenticato la prima volta che vide Bam: «Mi è sembrata una città fantasma dal grande cuore e dal prestigioso passato, ma dalla struttura d'argilla. Ho capito che c'era da fare un lavoro certosino. La fortezza con i suoi sotterranei, di cui non esisteva ancora un piano preciso, e l'area urbana con cinque chilometri quadrati di viuzze rappresentavano la sfida più grande. Oggi i piani architettonici della fortezza e delle strutture urbane ci sono, abbiamo fatto in tempo a farli: saranno utilissimi per la ricostruzione e c'è un ricordo particolare che la lega a queste terre: una passeggiata a cavallo in compagnia di mia moglie. Mi è sembrato davvero di immedesimarmi nei protagonisti del Deserto dei tartari che è stato girato proprio qui».
Gilles chiude con una proposta ai grandi istituti archeologici occidentali: «Dovrebbero riunirsi tutti sotto l'egida dell'Unesco, che è l'Onu dell'archeologia, e portare un aiuto concreto all'habitat archeologico culturale ferito a morte. È l'occasione per le nazioni progredite di mostrare che l'Occidente più progredito non si muove verso il terzo mondo per sfruttare o, peggio, per portare distruzione o morte, ma che è anche capace di opere di ricostruzione».
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