IL GRANDE Egitto dei Faraoni, paese leader dell'antichità, culla dell'arte e della poesia sulle rive del Nilo, pare sia riuscito a nascondere, fino ad oggi, un umiliante segreto: la pesantissima sconfitta subita, 3.500 anni fa, ad opera del regno sudanese del Kush, l'antica Nubia. Il tracollo fu così radicale, che l'intero territorio egizio rischiò di scomparire per sempre.
La rivelazione viene da Londra, e precisamente dal British Museum, dove i ricercatori inglesi, assieme a un gruppo di colleghi egiziani, hanno decifrato 22 righe di sofisticati geroglifici facenti parte di una iscrizione tombale. Tutto è cominciato lo scorso febbraio a El Kab, vicino a Tebe, con la scoperta dell'ultima dimora di Sobelnakht, governatore di quella che, nell'ultimo periodo della diciassettesima dinastia, era una importante capitale provinciale. L'iscrizione rivelatrice è stata trovata tra due camere interne della tomba e, in un primo tempo, era stata scambiata per un testo religioso.
"Si tratta della scoperta di una vita - ha detto Vivian Davies, uno dei responsabili del dipartimento dell'Antico Egitto e del Sudan del British Museum - in grado di cambiare i libri di storia". E se l'Egitto è riuscito ad eliminare dalla propria documentazione, e ancor prima dalla propria memoria, le tracce dell'invasione nubiana, davvero enorme dev'essere risultato, allora, il peso della catastrofe.
Fino a poco tempo fa, inoltre, sulla base dei rinvenimenti fatti nelle tombe egizie e attraverso la decifrazione delle molte iscrizioni, si pensava che il regno di Kush fosse rimasto, per centinaia di anni, uno stato barbaro. Ma le fatidiche 22 righe di El Kab aprono nuove prospettive. Dice Davies: "La realtà dei fatti appare adesso molto diversa da quanto si credeva. Sembra chiaro che Kush era un superstato e che, per i condottieri nubiani, l'invasione dell'Egitto fu un'impresa alla loro portata. Il colpo, per il regno dei faraoni, fu di dimensioni epocali. L'intera regione andò distrutta. I nubiani la invasero per intero e, almeno momentaneamente, l'Egitto non fu più tale. Tanto più importante appare la scoperta di El Kab, in quanto tutto questo non era mai stato documentato prima".
Ma torniamo all'iscrizione in lingua geroglifica. Una volta compreso che non si trattava di un testo religioso, gli archeologi si sono dedicati a una decifrazione ancor più minuziosa, rendendosi conto di trovarsi davanti a una narrazione vera e propria. Dalle figurine dipinte, ecco l'onda di eserciti del Kush e dei suoi alleati del Sud che piomba sull'Egitto, ecco la battaglia cruentissima, ecco, nella viva relazione di Sobeknakht, il decisivo ruolo sostenuto da Nekhbet, dea protettrice dalle sembianze di avvoltoio bianco.
La tomba di El Kab spiega infine perché larga messe di oro egizio sia stata trovata nelle necropoli kushite: si tratta di trofei di guerra, il frutto delle razzie dei condottieri neri ai danni dell'Egitto invaso, la testimonianza preziosa di una vittoria che si voleva facesse con i generali anche il viaggio verso il regno dei Morti.
"La provenienza di questi tesori non era mai stata accertata continua Davies ma oggi, finalmente, tutto ha un senso, tutto trova una logica spiegazione. Abbiamo una chiave per capire il significato delle ricche tombe kushute: i re vittoriosi pretesero nella loro ultima dimora il segno tangibile della vittoria sull'Egitto. Ognuno dei quattro principali sovrani di quella terra volle una parte del bottino ricavato dal saccheggio e non se ne separò nemmeno morendo".
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