Animali perfettamente conservati da due secoli in vasi di vetro, dall'imboccatura piccolissima. Il frate ornitologo Jean Baptiste Fourcault ne ha collezionato a decine alla fine del 1766 e nessuno riesce a capire come abbia fatto a metterceli dentro, neanche Davide Csermely, il direttore di museo di Storia naturale di Parma che oggi ospita la collezione. "Fourcault - spiega rassegnato - si è portato il segreto nella tomba".
La storia inzia nel secolo dei lumi, nella Francia dell'Illuminismo di Diderot e di Voltaire, quando esplose l'interesse per le scienze naturali e botaniche. Sono gli anni del grande naturalista George Louis Leclerc Buffon e della sua monumentale opera "Histoire naturelle générale et particulière avec la description du Cabinet du Roy" (1749 - 1788, Storia naturale generale e particolare, con la descrizione del gabinetto del re).
A Parma intanto si chiude un'epoca: nel 1731 con la morte di Antonio duca di Parma e Piacenza, si estingue la linea maschile dei Farnese. Il ducato entra nell'orbita della famiglia dei Borbone. All'ombra di questi eventi si muove il frate Fourcault che nel 1766 darà vita al "gabinetto" di Storia naturale, originario nucleo dell'attuale museo ospitato oggi tra via Farini e via dell'Università.
Nella collezione dell'ornitologo si trovano esemplari di pettirossi, passeri, averle, volatili piuttosto comuni, frutto della sua passione per l'ornitologia. Una teca nella "Sala degli scheletri" è tutto ciò che rimane della sua attività. "Ha collezionato un gran numero di reperti - spiega Csermely - senza intendimento scientifico, ma per piacere personale, come se noi facessimo una raccolta di francobolli. Tuttavia si deve a lui se a Parma l'ornitologia è diventata una disciplina autonoma".
Gli animali sono stati abilmente conservati in particolari vasi a imbuto, dall'imboccatura estremamente piccola. Impossibile capire il suo segreto. "Si è pensato - continua Csemerly - che gli animali potessero essere stati stirati, e poi rigonfiati con dei ferri, ma non si capisce come abbia fatto a posizionarli". Già perché gli esemplari di Forcault hanno pose assolutamente naturali, e piuttosto complicate da ottenere: "Non è come tirare su un veliero in una bottiglia". In alcuni casi nel vaso è anche inserito più di un animale.
Insomma un vero enigma: "Di sicuro Forcault ha impiegato diversi anni per perfezionare la sua tecnica, dal 1765 al 1771, provando e riprovando, affinandola. Sfortunatamente non ha lasciato scritti o non ci sono arrivati". Gli stessi vasi sarebbero unici, almeno per questo tipo di impiego, a detta di Csermely. Forse fatti commissionare ad hoc dallo stesso Forcault.
Nella teca ne rimangono 17. Alcuni ancora da essere utilizzati. Sui vasi non si notano tracce particolari di lavorazione, pare proprio che gli animali vi siano entrati quasi per magia. A guardarli questi secolari pennuti (sono lì, perfettamente conservati da 250 anni) vien quasi da chieder di sussurrare il segreto del loro "imbottigliamento". E qualcuno in effetti parla. Fourcault ha lasciato il classico messaggio nella bottiglia: "J'atteste - a parlare è l'uccello che custodiva il biglietto - que le p. Fourcault Minime m'a fait entrer dans ce cylindre par son orifice 1774": confermo che il padre Fourcault mi ha fatto entrare in questo vaso passando dalla sua apertura. Una dichiarazione di onestà che si ripete in altri casi, rassicurando il visitatore che l'inserimento è autentico. Parola di buon frate.
Csemerly non può che ammirare la straordinaria abilità del suo antico predecessore: "Ci sono reperti che dopo solo 10 anni versano in cattive condizioni, ma questi sono qui da due secoli, perfetti. Forcault doveva avere un'abilità straordinaria".
Sulla sala degli scheletri e gli "animali in bottiglia" calano le tenebre. L'enigma resta. Ma guardando le vetrine coperte dalla patina del tempo viene da chiedersi quali altri misteri nascondano gli oltre 3mila esemplari conservati nel museo. Csermely mostra alcuni teschi, custoditi a pochi metri dalla teca di Fourcault. Ci sono dei crani umani. Senza etichette, cartellini, da sempre lì nel museo. "Si dice che siano stati ritrovati in una fossa comune, vicino a Brescia, e che potrebbero appartenere a dei legionari romani". Uomini di Cesare? Soldati di Augusto? Valorosi combattenti della Repubblica? Un altro piccolo rebus, ma questa è un'altra storia.
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