RIMINI - Una storia affascinante che si era perduta nel tempo. Allora, nel 1983, quando avvenne la scoperta, questa passò quasi sotto silenzio e la bara in piombo fu confinata, con tanti altri tesori, nei sotterranei del Museo. Fu poi aperta e si constatò che c´erano i resti di un bambino, il cui sesso non fu mai stabilito. Dagli arredi funebri poteva trattarsi di un defunto di origine greca, vissuto nei primi decenni del I secolo d.C.
Circa una settimana fa lo abbiamo "visto" con la dottoressa Maioli della Soprintendenza per la prima volta. I resti sono molto deteriorati anche per lo "schiacciamento" che la bara in piombo aveva subito, per il crollo di un lastrone di copertura. Oggi si riconoscono gli arti inferiori piegati e l´accenno di un braccio e il corpo che era finito appoggiato su un fianco.
Se non fosse stato per la segnalazione di Mauro Dotti, dipendente Carim e presente in qualità di geometra della banca riminese allo scavo, difficilmente questa affascinante storia avrebbe rivisto la luce. Di questo rinvenimento, esiste un saggio presentato ad un convegno internazionale a Colonia, in Germania, di Marco Galli docente Universitario. Un saggio, a cui ci siamo ispirati, che studia scientificamente, avvalendosi anche di scritti ed esempi comparati di eminenti studiosi internazionali, l´esempio di questa sepoltura avvenuta ad Ariminum nei primi decenni del I secolo d.C. Una storia di grande spessore, passata quasi inosservata e che proponiamo ai nostri lettori con fotografie inedite dello scavo e della tomba.
Tutto incominciò in una giornata di ottobre del 1983 nella zona sud della vecchia fiera, nel suburbio meridionale della città antica poco distante dalla necropoli romana denominata Campo dei Linardi, sullo scasso di un terreno di proprietà della Cassa di Risparmio di Rimini. Ad un metro e trenta di profondità, una ruspa "inciampò" in una tegola su cui stava impresso il bollo laterizio "Cinniana" una officina romana che produsse, in epoca imperiale, e per lungo tempo, laterizi. Sul posto si recarono subito il geometra della banca Mauro Dotti e gli esperti del Museo Civico Stefano Sabattini e l´attuale dirigente dei Musei comunali Maurizio Biordi, allora fresco di laurea. I tre si resero subito conto che là sotto doveva esserci una tomba. Stefano Sabattini chiamò dei rinforzi e avvisò subito la Soprintendenza archeologica di Bologna. Per prima cosa cercarono, scavando attorno, di delimitare i contorni della sepoltura che era di tipo rettangolare, a "cassone", orientata a nord-sud, e all´interno di un grande deposito argilloso e alluvionale. Con difficoltà, arrivarono ad una fossa che era rivestita di laterizi di 3, 5 cm di spessore, lesionati dall´umidità e dal peso della terra sovrastante. Non si erano ancora resi conto che la tomba risaliva ai primi decenni del I secolo e cioè a quasi duemila anni fa. Tre tegoloni si erano spezzati ed erano caduti sul fondo della tomba. Su di essi il bollo laterizio di "Faesonia" molto nota anch´essa in epoca imperiale. E poi i coppi, diversi, che dovevano servire a compattare gli interstizi della parete del terreno e il coperchio della sepoltura.
LA SCOPERTA
Dopo la rimozione delle lastre dal fondo della tomba, sotto gli strati dei detriti, è apparsa una bara in piombo completamente schiacciata dai tegoloni precipitati. Una visione imprevista anche perché mai a Rimini si era rinvenuta una tomba di quel tipo. Si iniziava la ricognizione sul fondo e non si riscontrarono tracce esterne di corredo funebre. Sollevata la cassa in piombo ed estratta dalla tomba si procedette alla sua prima ricognizione. La bara era formata da una lastra plumbea di almeno 4 mm di spessore. Il fondo era largo almeno 52 cm e lungo 189 cm. L´altezza delle pareti doveva oscillare, prima dello schiacciamento sul fondo, tra i 25/33 cm. Spostando un tegolone della parte frontale della testata sud posizionata all´esterno della tomba, ecco apparire il corredo funebre formato da due balsamari di vetro integri, un´olla, vaso globulare di argilla grezza, ma anche dipinta, con o senza manici destinata ad uso domestico o utilizzato come cinerario nelle necropoli a cremazione, contenente gusci d´uova e una patera in ceramica. Come abbiamo detto, questo corredo era protetto esternamente da un tegolo. Dalla parte opposta, sempre esternamente, un´olpe frammentaria, un tipo di brocca in ceramica protocorinzia già in uso fin dal VII-VI secolo a.C. (famosa la Olpe Ghigi conservata a Roma nel museo di Villa Giulia). L´ipotesi è che finita la sepoltura con l´inumazione, come usanza, si sia tenuto un simposio con libagioni per onorare la memoria del defunto, lasciando all´esterno della tomba i reperti ritrovati.
LA BARA IN PIOMBO
La tecnica di costruzione di questa bara rispecchia quella di numerosi esemplari ritrovati in Gallia e documentati dallo studioso francese A.Cochet come rileva Marco Galli. La fusione lunga e rettangolare del piombo che formava quasi uno "scatolone" aperto, le cui pareti venivano poi piegate e rialzate proprio come una scatola in modo da avere le pareti laterali e quelle ai piedi e al capo in modo da formare un parallelepipedo a base rettangolare. A differenza di altre, la bara riminese manca del coperchio che doveva essere di legno e che rivestiva tutta la cassa plumbea. A tal proposito si sono trovati frammenti lignei e chiodi che dovevano fissare la cassa in legno a quella di piombo. Tutto questo forse per un errore di valutazione e di fusione dell´artigiano nella costruzione della bara in piombo. Sopra una fascia per tutta la lunghezza del sarcofago, puramente ornamentale. All´interno sono ben visibili i resti dello scheletro lungo 110 cm, che doveva appartenere ad un bambino. Dalla bara spuntano tre denti come documentato dalla foto. La cassa si trova ora nei sotterranei del Museo Civico e non è stata ancora compiutamente studiata. Può essere che da una successiva analisi possa spuntare dalla bara qualche oggetto funerario appartenuto in vita al defunto. I reperti ritrovati possono essere datati nel primo quarto del I secolo d.C.. Singolare la patera con al centro un bollo a forma rettangolare con lettere greche "uv/kou". In una Ariminum cosmopolita quale era in età imperiale, può essere che il defunto, fosse di origine greca e sepolto, con le usanze del suo paese, dalla famiglia forse benestante.
I PRECEDENTI
L´usanza di inumare defunti in bare di metallo o piombo, ha origini antichissime più di mille anni a.C.. Già gli egizi della XVIII dinastia lo hanno fatto con il faraone Tutankhamon. La terza ed ultima bara che conteneva il corpo del Re era tutta d´oro. L´usanza continuò poi con la XXI e XXII dinastia. Il corpo del faraone Psusennes fu sepolto dentro una bara d´argento, metallo più apprezzato dell´oro. La sua tomba, come ci dice lo storico egizio Paolo Pasini, fu ritrovata a Tanis nella parte ad est del delta del Nilo. Altri faraoni adottarono questa sepoltura. Fu una usualità che poi si espanse nel corso dei secoli fino ad arrivare in Siria e in Palestina, che avevano rapporti strettissimi con l´Egitto, e poi anche in Grecia dove la tecnica dell´inumazione in bare di piombo, metallo più umile, era molto frequente. Esempi anche a Bisanzio. Le bare di metallo prezioso dei faraoni, erano una specie di crisalide, di comunione con il dio Osiride e con l´eternità. Un altro esempio, nel periodo tardo antico, è la bara di piombo in cui venne inumato il corpo dell´evangelista Luca che riposa a Padova nella basilica di Santa Giustina. Poi questa usanza funebre toccò tutto il mondo romano e gallico e tutto il bacino del mediterraneo. Le motivazioni erano sempre quelle. La comunione col Dio e l´affidamento del corpo all´eternità. E proprio dall´eternità quel piccolo corpo è arrivato fino a noi.
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