ROMA - Più di un mese e mezzo fa la presentazione alla stampa delle "Arcate Severiane" sul Palatino, troppo ottimistica sui tempi. Da dopodomani l'apertura al pubblico dopo una lunga trattativa con i sindacati sul numero di custodi necessari. La via d'uscita è stata l'alternanza con l'apertura della "Casa di Augusto". Le "Arcate" martedì, giovedì e venerdì. L'apertura della "Casa di Augusto" rimane il lunedì (dalle 11), mercoledì, sabato e domenica. Anche l'apertura delle "Arcate", come quella della "Vigna Barberini", è una apertura storica perché le "Arcate" non sono mai state aperte-Sono le "Arcate" lato Circo Massimo (il numero 21, "Complesso Severiano", della mappa-omaggio distribuita col biglietto di ingresso).
Adesso lo spettacolo unico dal Palatino del "panorama più bello di Roma antica e moderna" è completo, veramente a 360 gradi. Se con la "Vigna" si conquista un panorama che va dal Celio al Colosseo al Foro Romano al Vittoriano e Campidoglio, diciamo 180 gradi, adesso il giro è completato.
Il colpo d'occhio va da sinistra, dal Celio, alle terme di Caracalla che spuntano fra il verde fitto dei pini, al Monte Cavo all'orizzonte dei Castelli Romani, al blocco bianco della Fao, al Circo Massimo (ingombro di materiali), all'Aventino con Mazzini, alla distesa della città con la cupola della Sinagoga insolita nel mare di cupole romane, accompagnata dalla piccola cupola di Sant'Angelo in Pescheria e dalla grande di Santa Maria in Campitelli. Poi in alto il Gianicolo con Garibaldi a cavallo e il Faro bianco. Si chiude col "colpo di teatro" del "Cupolone", San Pietro, immenso nonostante la distanza.
Ma lo spettacolo dalle "Arcate" ha due preziosità esclusive, una grazie alla natura e la seconda grazie all'uomo. La prima sono gli "effetti speciali" del sole al tramonto, i colori e le luci suscitate dai raggi sui mattoni di queste che sono fra le più alte testimonianze del Palatino, alte decine di metri: lo "Stadio Palatino" col palco imperiale, il palazzo imperiale di Domiziano, le terme di Settimio Severo, le terme di Massenzio. Si va da Domiziano (81-96 dopo Cristo) che cominciò la costruzione delle terme che mancavano al Palazzo Imperiale, a Settimio Severo (193-211) che le costruì e furono le prime sul Palatino, a Massenzio (307-312). E sul punto più alto la chiesetta di San Bonaventura del 1675. Come per la "Vigna Barberini", una testimonianza archeologica del più alto significato è anche un bene paesaggistico del più alto livello.
Seconda preziosità. Qui non siamo con i piedi sulla terra come alla "Vigna Barberini", ma si "vola". Siamo sull'isola delle "Arcate", le straordinarie sostruzioni romane, le strutture ad archi su due piani, alti, altissimi e stretti, dieci-venti metri e più, larghi due metri e mezzo circa, che sono il sistema usato sul Palatino per creare spazio in piano dove spazio in assoluto non c'era, e nello stesso tempo fare da fondamenta agli edifici. Una applicazione della tecnica degli acquedotti di cui i romani erano provetti.
L'isola è quella delle "Arcate" cominciate da Domiziano e completate da Settimio Severo per le sue terme. Sull'isola delle "Arcate" perché la zona aperta al pubblico è proprio una terrazza sulla struttura, formata da una parte lunga circa una cinquantina di metri e larga una dozzina, ed una di dimensioni minori. Siamo su un'isola perché questo blocco delle "Arcate" è staccato dalle altre sostruzioni, sempre altissime che sono attorno, e che si percorrono nella parte finale per arrivare alla terrazza. E che sono un altro spettacolo a parte, con quello che si vede e che si intuisce del loro interno, mura possenti senza pavimento fra i piani, ambienti.
L'isola della terrazza è esattamente una penisola grazie ad un ponticello in muratura che si appoggia alle "Arcate" e unisce i vari blocchi di sostruzioni (un ponticello che qualcuno voleva sostituire con una passerella metallica, ma che è stato salvato perché ci si è ricordati che non era una aggiunta ottocentesca, ma compariva già in incisioni del Settecento).
Anche questa apertura era attesa da anni. Le "Arcate" furono restaurate negli anni 1997-2000, dovevano essere aperte per il Giubileo, ma non lo furono mai per mancanza di personale (le stesse difficoltà che si sono ripetute oggi).
Dalla parte più piccola della terrazza si può lanciare lo sguardo all'interno dello "Stadio" e si vede parte della arena che è lunga 160 metri e larga 48. Sempre su questa parte della terrazza si innalza una esedra con al centro una nicchia che doveva ospitare una scultura di ridotte dimensioni. Una porzione che gli archeologi attribuiscono all'intervento di Massenzio. Nell'esedra si apre sulla destra una scaletta che scende ad una terrazza inferiore che è una tribuna ancora più vicina al Circo Massimo. Da questa posizione più bassa si ha la migliore vista laterale delle "Arcate" e degli interni, fra le luci e le ombre del tramonto. Le "Arcate" a due piani, pure e semplici, monumentali strutture senza pavimento fra un piano e l'altro per alleggerire il peso.
Il sistema delle sostruzioni sul Palatino non è stato finora precisato nelle dimensioni né studiato nelle caratteristiche e non è stato neppure mai aperto al pubblico. Ma è un sistema di ambienti che anche gli archeologi devono esplorare. Sotto le "Arcate severiane" - spiega Mariantonietta Tomei responsabile del Palatino-Foro Romano -, "c'è un intrico di stanze da consolidare, in parte da scavare. Un programma di molti anni e molti soldi".
La terrazza collegata all'esedra di Massenzio "non è aperta al pubblico perché la sala che la precede, anche questa molto alta, deve essere messa in sicurezza". Sarà aperta in una seconda fase. Al di là della terrazza, sulla destra, sono i resti non visibili del palco imperiale che Massenzio si fece costruire per assistere da casa agli spettacoli del Circo Massimo e farsi vedere dal pubblico. Deve essere stato un colpo d'occhio indescrivibile con i 250 mila spettatori che il Circo Massimo poteva contenere.
Così Massenzio sopravanzava Domiziano che si era fatto costruire su un lato lungo, orientale, dello "Stadio" un palco a due piani, semicircolare, dal quale assistere alle gare di atletica, alle moderate corse nello "Stadio" che era riservato alla famiglia imperiale.
Sono gli imponenti resti che i visitatori sfiorano nell'itinerario delle "Arcate", con la grande galleria anulare. Palco e galleria dovevano essere piene di opere d'arte, dipinti e statue, e i cassettoni ricoperti di stucchi, il tutto con abbondanza di marmi preziosi.
Anche lo "Stadio" (o "Ippodromo"), progetto dell'architetto Rabirio che aveva già ricostruito sul Campidoglio il tempio di Giove Capitolino, il massimo tempio di Roma, "doveva essere arredato come una vera galleria d'arte". Era tutto "contornato da portici per l'altezza di almeno due piani, con larghi corridoi interni e con mezze colonne rivestite di marmo verso l'arena".
Le meraviglie non sono ancora finite. Sulla via del ritorno le mille aperture delle mura altissime che chiudono lo "Stadio" si "incendiano" del sole al tramonto. È vero che Palatino-Foro Romano-Colosseo vengono chiusi un'ora prima del tramonto, ma già allora si manifestano gli effetti del calare del sole. E poi sarebbe bello prevedere la possibilità di rimanere fino al pieno completamento del tramonto, il "Tramonto su Roma dal Palatino".
C'è una entrata - uscita molto vicina, quella di via San Gregorio, che limita il percorso (e il numero dei custodi mobilitati). Tre sono infatti gli itinerari per le "Arcate". Quello libero che porta allo "Stadio Palatino". Quello che sale dall'arco di Tito, attraversa la "Vigna Barberini", una boccata di ossigeno verde, prosegue lungo il giardino del convento di San Bonaventura e costeggia lo "Stadio". Il terzo è il più breve perché sale dall'ingresso di via San Gregorio e arriva diritto allo "Stadio".
La presentazione delle "Arcate" è stata una bella giornata dell'archeologia. Per la soprintendenza di Angelo Bottini che ha visto finalizzato e accelerato il proprio lavoro dall'istituzione del commissario per gli interventi urgenti. I pavimenti restaurati per il 2000 dall'architetto Antonio Federico Caiola con una massima esposizione a sole, pioggia, vento hanno tenuto benissimo, a dimostrazione che non tutto nei grandi monumenti dell'archeologia è "al degrado".
Bella giornata per Andrea Checchi, commissario delegato per le aree archeologiche di Roma ed Ostia Antica, che con la politica dell'intervento limitato, ma mirato, un investimento di 156.500 euro e un lavoro finale di due mesi, mette a segno una seconda apertura. Per il sottosegretario Francesco Giro che è stato il promotore politico del commissariamento subito accolto da sospetti e critiche, ma che "dimostra di funzionare". Giro ha confermato che il "commissariamento non sarà eterno, ma alla scadenza di dicembre sarà prorogato di un anno". Dalla "terrazza volante" l'archeologo Anchea Carandini che è anche presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, ha lanciato un appello per la salvezza di Monte Cavo, il punto di riferimento della storia dei Latini antiche e che è diventato il "puntaspilli" delle antenne delle reti televisive (una battaglia che va avanti da decine di anni). Ora la bella giornata dell'archeologia è anche per il pubblico.
Naturalmente si pensa subito alla prossima apertura. In lista di attesa è il tempio di Venere e Roma, il tempio più vasto sopravvissuto, non solo di Roma, ma dell'impero romano. Un'altra apertura storica perché il tempio non è mai stato aperto al pubblico. Un mese e mezzo fa è cominciata la gara di appalto per metterlo in sicurezza, per portarlo all'apertura. Le previsioni sono tre mesi per la gara, un mese per l'apertura effettiva. L'investimento è di 250 mila euro. Il tempio (il numero 15 della mappa), si estende a destra dell'inizio della Via Sacra che porta all'Arco di Tito, in perfetta corrispondenza del Colosseo. %u0116 il grande spazio che si intravede alle spalle della postazione occupata dal pontefice il Venerdì Santo, alla celebrazione della Via Crucis.
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