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7 Dicembre 2009 ARCHEOLOGIA
Elisabetta Rosaspina Corriere della Sera
La Spagna e i mori cacciati: risarcirli dopo 400 anni?
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MADRID — Si allunga la memoria storica spagnola. Più indietro, molto più indietro della guerra fratricida della seconda metà degli anni 30, che tuttora il paese fatica a metabolizzare. Altri ri­cordi, assai più antichi, rimordono alcu­ne coscienze: come la cacciata dal Re­gno di Castiglia dei moriscos, 300 mila musulmani convertiti, più con le cattive che con le buone, e infine espulsi da Filippo III nel 1609. Esattamente quattro secoli fa. Acqua passata, che però macina ancora nella mente di scrittori, come Ildefonso Falcones, autore di un migliaio di pagine al riguardo, il best seller intitolato «La Mano di Fatima»; e di politici, come il deputato socialista di Granada, José Antonio Pérez Tapias, au­tore di una proposta in grado di suscita­re un probabile vespaio al Congresso.

La sua mozione, presentata dal grup­po parlamentare del Psoe, sollecita il governo a trovare una forma di com­pensazione per i discendenti, ovunque essi siano, di quelle popolazioni ripu­diate quattrocento anni fa: «Non erano immigrati, erano spagnoli per davve­ro, da 800 anni», ricordava Falcones, che narrando le tribolazioni di uno di loro, il giovane Fernando, intendeva in­terpretare il dolore di tutti. Ma i loro pronipoti, in maggioranza, ormai vivo­no altrove: in Algeria, in Marocco, in Tunisia, in Libia, in Mauritania, in Ma­li. Ritrovarli sarebbe comunque abba­stanza arduo: «Occorre fare il possibile per rafforzare i vincoli economici, so­ciali e culturali con la gente del Ma­ghreb e dei paesi subsahariani», ritie­ne José Antonio Pérez Tapias. Una sor­ta di risarcimento collettivo, a pioggia, quattrocento anni dopo.

Non è mai troppo tardi per fare am­menda, sostiene il deputato di Grana­da, rivolgendosi al governo del suo stes­so colore: «È necessario un riconosci­mento istituzionale dell'ingiustizia che fu commessa a suo tempo, con l'espul­sione in massa dei moriscos». E sottoli­nea «ingiustizia storica», come una col­pa non casuale o involontaria: «Fu com­messa per intolleranza religiosa, per quella politica di assimilazione plasma­ta sull'alternativa tra conversione ed esi­lio, per il risentimento della popolazio­ne cristiana e per la pretesa di configura­re un regno integrato nel cristianesimo, senza minoranze che potessero met­tere in dubbio questa coesione».

L'occasione è offerta da un'altra ri­correnza: il millennio del Regno di Granada. Sarebbe imperdonabile tra­scurare questo capitolo: «Uno dei più terribili esili della storia di Spa­gna » insiste Pérez Tapias. Secondo il quale questo è, per i socialisti, il momento migliore per «recuperare la memoria storica di una popola­zione vittima di una convivenza negata». Pur non rischiando di op­porre nuovamente i due fronti ne­mici della guerra civile, anche queste memorie dividono l'opinione pubblica. Non tutti condannano Filippo III per aver firmato il decreto di espulsio­ne, non tutti pensano che la Spagna di oggi sia in debito con i «fratellastri» di allora. Non tutti condividono l'opinione di Falcones sull'esistenza di un altro fa­natismo religioso, quello cristiano. E nei forum dei giornali on line spagnoli sono più le critiche del plauso alla mozione presentata al Congresso: «L'ingiustizia storica fu nel 711 — scrive un lettore nel sito di Abc.es, dove in poche ore si sono accumulati 460 commenti —, quando ci invasero devastando vite e terre». Oppu­re: «E perché non fare causa all'Italia per i danni che i legionari romani inflissero alla nostra penisola?».

Pérez Tapias, 54 anni, è docente di fi­losofia all'Università di Granada, è stato eletto deputato alle ultime legislative, nel 2008, ed è autore di libri e articoli piuttosto conflittuali con il conservatori­smo della gerarchia ecclesiastica spa­gnola. Quindi, abituato alle polemiche.