MADRID — Si allunga la memoria storica spagnola. Più indietro, molto più indietro della guerra fratricida della seconda metà degli anni 30, che tuttora il paese fatica a metabolizzare. Altri ricordi, assai più antichi, rimordono alcune coscienze: come la cacciata dal Regno di Castiglia dei moriscos, 300 mila musulmani convertiti, più con le cattive che con le buone, e infine espulsi da Filippo III nel 1609. Esattamente quattro secoli fa. Acqua passata, che però macina ancora nella mente di scrittori, come Ildefonso Falcones, autore di un migliaio di pagine al riguardo, il best seller intitolato «La Mano di Fatima»; e di politici, come il deputato socialista di Granada, José Antonio Pérez Tapias, autore di una proposta in grado di suscitare un probabile vespaio al Congresso.
La sua mozione, presentata dal gruppo parlamentare del Psoe, sollecita il governo a trovare una forma di compensazione per i discendenti, ovunque essi siano, di quelle popolazioni ripudiate quattrocento anni fa: «Non erano immigrati, erano spagnoli per davvero, da 800 anni», ricordava Falcones, che narrando le tribolazioni di uno di loro, il giovane Fernando, intendeva interpretare il dolore di tutti. Ma i loro pronipoti, in maggioranza, ormai vivono altrove: in Algeria, in Marocco, in Tunisia, in Libia, in Mauritania, in Mali. Ritrovarli sarebbe comunque abbastanza arduo: «Occorre fare il possibile per rafforzare i vincoli economici, sociali e culturali con la gente del Maghreb e dei paesi subsahariani», ritiene José Antonio Pérez Tapias. Una sorta di risarcimento collettivo, a pioggia, quattrocento anni dopo.
Non è mai troppo tardi per fare ammenda, sostiene il deputato di Granada, rivolgendosi al governo del suo stesso colore: «È necessario un riconoscimento istituzionale dell'ingiustizia che fu commessa a suo tempo, con l'espulsione in massa dei moriscos». E sottolinea «ingiustizia storica», come una colpa non casuale o involontaria: «Fu commessa per intolleranza religiosa, per quella politica di assimilazione plasmata sull'alternativa tra conversione ed esilio, per il risentimento della popolazione cristiana e per la pretesa di configurare un regno integrato nel cristianesimo, senza minoranze che potessero mettere in dubbio questa coesione».
L'occasione è offerta da un'altra ricorrenza: il millennio del Regno di Granada. Sarebbe imperdonabile trascurare questo capitolo: «Uno dei più terribili esili della storia di Spagna » insiste Pérez Tapias. Secondo il quale questo è, per i socialisti, il momento migliore per «recuperare la memoria storica di una popolazione vittima di una convivenza negata». Pur non rischiando di opporre nuovamente i due fronti nemici della guerra civile, anche queste memorie dividono l'opinione pubblica. Non tutti condannano Filippo III per aver firmato il decreto di espulsione, non tutti pensano che la Spagna di oggi sia in debito con i «fratellastri» di allora. Non tutti condividono l'opinione di Falcones sull'esistenza di un altro fanatismo religioso, quello cristiano. E nei forum dei giornali on line spagnoli sono più le critiche del plauso alla mozione presentata al Congresso: «L'ingiustizia storica fu nel 711 — scrive un lettore nel sito di Abc.es, dove in poche ore si sono accumulati 460 commenti —, quando ci invasero devastando vite e terre». Oppure: «E perché non fare causa all'Italia per i danni che i legionari romani inflissero alla nostra penisola?».
Pérez Tapias, 54 anni, è docente di filosofia all'Università di Granada, è stato eletto deputato alle ultime legislative, nel 2008, ed è autore di libri e articoli piuttosto conflittuali con il conservatorismo della gerarchia ecclesiastica spagnola. Quindi, abituato alle polemiche.
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