ROMA - Sono due antichi guerrieri ormai innocui. Intorno ai Bronzi di Riace, però, si è riaccesa la battaglia. Tutta Reggio Calabria è insorta contro il progetto, rivelato il primo ottobre dal soprintendente archeologo Simonetta Bonomi e dal sindaco Giuseppe Scoppellitti, di trasferire le due statue a Roma per non meglio specificati "interventi di manutenzione e conservativi", come ha dichiarato Bonomi. Ma in città si teme che tale vaghezza celi in realtà un vero e proprio scippo.
I reggini non accettano di vedersi sottrarre il loro tesoro più grande. Hanno costituito un "Comitato per i Bronzi a Reggio" fatto di enti, associazioni, sindacati, Amici del Museo, Università per chiedere chiarezza. Perché mai prima d'ora si era parlato di check-up o restauro dei Bronzi, neppure quando si ragionava su un loro possibile trasferimento alla Maddalena per il G8. Soprintendente e sindaco hanno detto che, data la chiusura per restauri del Museo archeologico il primo novembre (è tra le grandi opere per i 150 anni dell'Unità d'Italia), tanto vale approfittare per fare un controllo. Ma in realtà il capitolato d'appalto dei lavori al museo prevedeva che si svolgessero senza mai chiudere le porte della sala dei Bronzi. Un cambiamento in corsa, che rischia persino di scatenare ricorsi al Tar delle ditte che non si sono aggiudicate il lavoro.
Si è detto poi che i Bronzi devono andare all'Istituto Centrale per la Conservazione e il Restauro di Roma, l'unico a possedere le strumentazioni necessarie per il controllo. Ma quale tecnico, chiede il Comitato, ha stabilito la necessità del controllo? Quale la sua diagnosi e la terapia prevista? Quanto tempo durerà la cura? Si è parlato di 5-6 mesi ma, in assenza di documentazione, il timore è che possano diventare molti di più.
Quanto poi al prospettato viaggio a Roma, in Calabria ricordano bene il restauro-indagine sui Bronzi eseguito nel 1994 a Reggio a porte aperte, che trascinò nella città sullo Stretto frotte di turisti e curiosi. E sventolano la relazione prodotta dai tecnici dell'Icr in quell'occasione, che dichiara: "Nel caso di trasporto le due statue sarebbero interessate da sollecitazioni meccaniche non eliminabili in modo totale neppure dagli imballaggi più sofisticati, né da modalità di movimentazione della massima severità. Lo stato strutturale e le lesioni estese riscontrate subirebbero un aggravamento altamente probabile".
Morale: i Bronzi non si devono muovere per alcun motivo. Perché dunque non fare gli accertamenti a Reggio? "La città deve avere risposte, altrimenti è lecito sospettare che gli interessi in campo siano altri", tuona il segretario cittadino della Cgil Francesco Alì. "Se i Bronzi partiranno, non ci sarà nessuna garanzia di vederli tornare in Calabria", gli fa eco il consigliere regionale Pd Liliana Frascà.
Altro motivo di inquietudine: nel luglio scorso il Consiglio di Stato ha decretato che i Bronzi si possono duplicare (mentre nel 2004 un referendum cittadino si era espresso contro), ed è forte il timore dei reggini di vedersi restituire delle copie. Certo, non sono infondate le accuse mosse da più parti a Reggio di non aver saputo gestire al meglio i propri tesori. Il museo è frequentato solo da 130.000 visitatori l'anno. Ma non è privandolo dei suoi tesori che se ne favorisce la ripresa.
Intanto Giuseppe Bova, presidente del consiglio regionale, ha scritto al ministro Bondi per mettere a disposizione dei Bronzi il proprio palazzo. Si sono ventilate anche altre sedi. Alla fine il sindaco Scoppellitti ha accolto la richiesta del Comitato di convocare un tavolo inter-istituzionale sui Bronzi che esprima la "reale volontà dei reggini". Il primo incontro domani pomeriggio. Ma la battaglia si annuncia ancora lunga.
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