SASSARI. Quella che hanno scoperto gli archeologi ad Alghero, nascosta per 400 anni da un velo di polvere e detriti, è la Polaroid di una immane tragedia collettiva. Uno «scatto» che ha immortalato non solo l´epidemia della peste che nel 1582 ha decimato la città, ma anche tanti drammi personali. Dalla mamma morta con i suoi tre bambini, alla pellegrina di Santiago de Compostela. Dalle anziane sepolte con i loro pochi soldi, a una ragazzina, probabilmente epilettica, seppellita con un collare di ferro al collo: la penitenza per essere posseduta dal demonio.
Quello fatto nei giorni scorsi nel cimitero medievale di San Michele, che si trova nell´area dell´ex collegio gesuitico, è un ritrovamento «sbalorditivo e inquietante», che inizialmente ha disorientato gli archeologi.
Il collare di ferro, infatti, potrebbe essere stato imposto alla giovane algherese nel corso di un esorcismo. «È solo una ipotesi ma con solide fondamenta - spiega il professor Marco Milanese, ordinario di Archeologia all´università di Sassari, direttore dello scavo -. Le capacità di guarigione degli indemoniati venivano attribuite a san Vicinio e il suo segno di riconoscimento era proprio il collare di ferro al collo, con un anello al quale legare una catena e una pietra, con significato di penitenza. Il santo ha una particolare devozione a Sàrsina, in Emilia Romagna, nella cui cattedrale si trova il collare di ferro attribuitogli dalla tradizione, che ancora oggi è imposto dal vescovo ai fedeli in segno di liberazione dal male. Anche in Spagna ebbe molto seguito da parte dei fedeli».
Lo scheletro della sedicenne è stato trovato assieme ai defunti di una sepoltura multipla. Probabilmente anche lei morì nell´epidemia di peste che alla fine del Cinquecento flagellò la città, decimando la popolazione. Solo al Quarter, dove sono in corso gli scavi, sono già stati recuperati oltre 500 scheletri. La ragazza portava al collo un massiccio collare di ferro, con un gancio all´estremità e un probabile meccanismo di apertura e chiusura. Il restauro del collare verrà realizzato al centro della soprintendenza archeologica, a Li Punti, con la direzione di Daniela Rovina.
«L´intervento ci consentirà di apprezzare nei dettagli questo oggetto "misterioso" - aggiunge Marco Milanese -. Non conosco ritrovamenti simili che possano permetterci di dire con sicurezza di che cosa si tratti, ma abbiamo comunque assegnato un significato preciso al ritrovamento. In casi del genere, di fronte a scoperte tanto inusuali, la prudenza non va mai abbandonata. Potrebbe trattarsi, comunque, di un collare penitenziale o più probabilmente taumaturgico, per malefici o presunte possessioni demoniache. Persone affette in realtà da forme di epilessia o da patologie psichiatriche, infatti, venivano trattate come indemoniate e quindi curate con esorcismi».
Quella appena scoperta è la storia di un dramma personale, che arricchisce il panorama delle vicende individuali emerse durante gli scavi algheresi. «Inconsapevolmente queste persone hanno contribuito a scrivere la storia della città - sottolinea il direttore dello scavo -. In questo caso, forse un´ammalata che oltre a dover sopportare il peso della malattia, subì una discriminazione sociale, una sorta di gogna che metteva in evidenza, davanti alla gente di Alghero, la sua condizione di impura».
Nell´ex collegio gesuitico, costruito a partire dal 1589 sul sito di un grande cimitero urbano, è in corso un imponente intervento di restauro e riqualificazione. Gli scavi archeologici ogni giorno restituiscono testimonianze eccezionali di un periodo storico di Alghero finora poco conosciuto. Per esempio, tra i vari oggetti tornati alla luce, c´è il primo monile di corallo mai ritrovato in città e che ha dimostrato l´esistenza secolare di quel tipo di artigianato.
Le storie individuali emerse durante gli scavi catalani sono tante. Come quella di due anziane sepolte con i loro soldi, una con un gruzzolo strettamente fasciato al petto, e l´altra con un borsellino; oppure della donna ritrovata con un ciondolo proveniente da Santiago de Compostela. Il monile, in giaietto, rappresenta San Giacomo pellegrino. Probabilmente la donna lo acquistò durante il suo pellegrinaggio in Spagna. Un «souvenir» che dopo avere attraversato il mare, tra la Spagna e la Sardegna, ha attraversato i secoli, custodito nel ventre del cimitero medievale.
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