La questione dei titoli in letteratura non è sempre pacifica. Càpita che il titolo di un libro si trasformi strada facendo: è il caso del romanzo di Manzoni, che prima della sua forma definitiva, I promessi sposi, era Fermo e Lucia e, nella sua fase intermedia, Gli sposi promessi. Sono tutte soluzioni testimoniate dagli autografi. Le cose si complicano, ovviamente, se gli autografi non ci sono e per ricostruire un'opera dobbiamo fondarci soltanto su copie successive, non d'autore.
Come si sa, non siamo in possesso di nessuna carta scritta personalmente da Dante Alighieri, dunque la ricostruzione dei suoi testi originali è avvenuta grazie a un accurato lavoro filologico tra le numerose copie — più o meno affidabili — manoscritte e a stampa che li tramandano. Quanto al titolo, sappiamo per certo, però, che l'aggettivo «divina» si deve a Boccaccio, il quale lo associò arbitrariamente a «Commedia» nella sua biografia dantesca. Divina commedia, in cui l'attributo segnala il tema del viaggio oltremondano, compare come titolo per la prima volta nell'edizione del poema curata nel 1555 dal veneziano Ludovico Dolce. Ma perché Commedia? Quel titolo è davvero il titolo voluto da Dante? Per la verità non tutti gli studiosi, i critici, i commentatori, i filologi ne sono certi. Anzi. Ora, un saggio di Alberto Casadei, docente di Letteratura italiana all'Università di Pisa, che uscirà nel numero di luglio della rivista «Allegoria», torna a sollevare più di un dubbio sulla questione. In realtà, Dante definisce «comedìa» la sua opera in due occasioni all'interno del poema stesso, sempre con accento greco e nella sua forma scempia (una sola «m»), secondo l'uso medievale: in Inferno XVI 128 («questa comedìa») e in Inferno XXI 2 («la mia comedìa»). A togliere da ogni imbarazzo i sostenitori di quel titolo ci sarebbe una prova affidata alla discussa Epistola XIII, indirizzata a Cangrande della Scala, il protettore di Dante cui è dedicato il Paradiso.
Perché discussa? Perché non tutti gli studiosi concordano nell'attribuzione dantesca (i più la considerano di Dante solo in parte). L'autore a un certo punto scrive in latino: «Il titolo del libro è "Incomincia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita, non di costumi"». Dunque, è per questo che l'italiano Commedia è diventato il titolo universalmente accettato: accolto, del resto, anche nell'edizione critica di Giorgio Petrocchi. Perché Dante l'avrebbe scelto? Nell'Epistola a Cangrande troviamo una spiegazione: la commedia — vi si legge — «è un genere di narrazione poetica che differisce da tutti gli altri. Quanto all'argomento differisce dunque dalla tragedia in ciò, che la tragedia all'inizio è assai gradevole e quieta e alla fine o nell'esito fetida e orribile (...). Invece la commedia presenta all'inizio una situazione perturbata, ma la sua vicenda si conclude felicemente». Che si concluda «felicemente», il poema dantesco, non c'è dubbio. Ma nell'Epistola si aggiunge un distinguo stilistico: mentre la tragedia «si esprime con linguaggio altisonante e sublime», la commedia ha «un linguaggio dimesso e umile, come vuole Orazio nella sua Arte Poetica, dove autorizza i comici a esprimersi talvolta come i tragici, e viceversa». Sono argomentazioni molto semplificate, che giustamente non convincono tutti. E ancora meno convince la conclusione, e cioè il fatto che il linguaggio «dimesso e umile» vada identificato con il volgare, «nel quale comunicano anche le donnette». Quindici anni prima, nel De vulgari eloquentia, Dante sembrava pensarla in modo ben più sfumato, visto che andava alla ricerca di un volgare illustre adatto alla lirica.
Come fa notare Casadei, il presunto titolo darebbe conto non tanto dell'aspetto tematico (il viaggio verso l'aldilà con meta finale paradisiaca) quanto dell'aspetto formale, sarebbe cioè indicativo del genere e dello stile (meglio, degli stili) dell'opera più che del suo contenuto. In un recente volume, che dedica un capitolo alla titolazione della Commedia, anche il dantista Saverio Bellomo parla di un titolo «anomalo»: «sarebbe — scrive — come intitolare "Romanzo" I promessi sposi». Casadei non si ferma qui. Ricorda che nell'Inferno Dante mette in bocca a Virgilio un accenno a «l'alta mia tragedìa» (che però non si intitola Tragedìa, ma, come si sa e come lo stesso Dante ben sapeva, Eneide). La citazione virgiliana precede di poco il sintagma «la mia comedìa» riferito da Dante al proprio poema. Secondo Casadei, la vicinanza dei due passi e la specularità delle formule con il possessivo («la mia tragedìa», «la mia comedìa») denotano la volontà di sottolineare, con un rimbalzo reciproco, la cifra stilistica delle due opere, mettendole a confronto, e non certo l'intenzione di identificarle con un titolo. A ciò va aggiunto il fatto che Dante nel Paradiso definisce la propria opera non più una «comedìa» ma un «poema sacro» o «sacrato poema», divenuto tale «perché alla sua realizzazione hanno collaborato il Cielo e la terra, Dio ispiratore e Dante, suo scriba terreno». Un'opera ormai vicina alla «teodìa» come, sempre nel Paradiso, vengono chiamati i salmi di David. «Comedìa» sarebbe dunque solo una parte dell'opera: opera che con il contributo celeste ambiva a farsi appunto «poema sacro». «È più che verosimile — conclude Casadei — che Dante definisse le sue tre cantiche semplicemente Inferno, Purgatorio e Paradiso, le sole indicazioni che si trovano negli incipit di molti manoscritti fra quelli cui è attribuibile una datazione alta».
Furono i primi interpreti o copisti a ricavare (erroneamente?) dai passi infernali il presunto titolo, senza afferrarne il valore specifico. Il che, tra l'altro, contribuirebbe a dubitare ancora di più dell'attribuzione dantesca della famigerata Epistola a Cangrande. Il titolo Commedia, insomma, avrebbe finito per tranquillizzare gli esegeti più banali (che si accontentavano di inserire il capolavoro dantesco entro gli schemi delle poetiche medievali). Dando appoggio, tra l'altro, alle tesi di quei critici (caposcuola Contini) che intendevano inserire il poema nel filone espressionista (definizione che dava rilievo essenzialmente all'aspetto stilistico). Ma questo è un discorso ancora più complesso. Comunque, se diamo credito ai dubbi di Casadei, rimane aperta la questione centrale: qual è il vero titolo della Commedia? È possibile che, come per i poemi antichi (Odissea, Iliade, Eneide) a cui Dante si ispirò, Commedia fosse solo il titolo assegnato a posteriori dagli editori. E semmai, come nel caso della Tebaide di Stazio, per rintracciare il vero titolo bisognerebbe ricorrere a un explicit (la chiusa del poema) di cui finora non c'è traccia.
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