L´amico, professor Vanni Bramanti, straordinario conoscitore, tra le altre cose, di letteratura italiana e fiorentina di età manieristica, mi ha sottoposto un documento, emerso nel corso delle sue ricerche, che si può ritenere, e così subito mi è parso, una piccola, grande, scoperta.
Si tratta di una lettera da Roma, datata 5 luglio 1544, dell´editore fiorentino Francesco Priscianese a Pier Vettori, uno dei filologi classici più interessanti del 500 europeo: non a caso il suo voluminoso carteggio, nel quale corrispose con i letterati e i filosofi più importanti d´Italia e d´Europa, è stato in forza del suo interesse acquisito dalla British Library, ove è attualmente conservato. Francesco Priscianese, esule volontario da Firenze dopo la fine dell´assedio del 1530, si era rifugiato a Roma, ove aveva installato una vivace attività tipografica. Ebbene, in questa lettera, indirizzata al più giovane Vettori, Priscianese comunica i suoi progetti editoriali, tra malumori e disincanto: e tra un´opera progettata ed una appena stampata, tra un´opera avviata ed un´altra che vedrà la luce solo ad kalendas graecas, egli rivela a Vettori di essere in trattativa per stampare una parte delle Historiae di Paolo Giovio: trattativa difficile della quale non sa prevedere l´esito, ma che tuttavia rientra anch´essa nel contesto di una vivace iniziativa editoriale della quale ha voluto trasmettere un saggio all´amico. Cosa ha di speciale questa lettera, di cui pubblichiamo qui un estratto?
Finora, valutando la vicenda compositiva delle Historiae di Giovio, siamo rimasti divisi e combattuti tra due ordini di fatti, entrambi ben documentati. Da un lato le frequenti dichiarazioni dello storico: di star scrivendo, di aver scritto, di aver limato o, nel caso del Sacco del 1527, di aver perduto, determinati libri delle Historiae: una sequenza di annunci, quelli di Giovio, che ne scandiscono la stesura, sebbene in essi più d´uno abbia voluto vedere, in assenza di concreti sviluppi editoriali, un tratto di letteraria millanteria. Già, ad esempio, nel 1524, nella dedicatoria del De romanis piscibus, Giovio aveva dato come imminente la pubblicazione dei primi dieci libri delle Historiae. É difficile, in base a queste dichiarazioni, stabilire una sicura cronologia compositiva. Del resto, delle Historiae, il libro di una vita, Giovio aveva avviato la composizione già nel 1514, subito dopo il suo arrivo a Roma, ne aveva probabilmente interrotto la stesura dopo il 1527, per riprenderla - a quanto pare - solo nel 1535, dopo l´elezione di Papa Paolo III: copie di singoli libri iniziarono presto a circolare su iniziativa dello stesso Giovio, e che egli fosse principalmente identificato con la scrittura delle Historiae, ben prima della loro pubblicazione, è testimoniato da lettere a lui indirizzate o dalle dediche di opere di numerosi contemporanei.
Dall´altro lato, è inoppugnabile che non pochi libri delle Historiae furono composti, ed altri rivisti, solo poco prima della stampa, avvenuta a Firenze in un breve volgere di anni (il primo volume nell´agosto 1550, il secondo nel settembre 1552). Come allora ricomporre entro uno schema coerente queste due contrastanti immagini della elaborazione delle Historiae? Complice la sempre più manifesta incompletezza della raccolta delle lettere di Giovio, ci mancavano (e ci mancano) dati importanti sulla "storia delle Historiae" prima della loro prima edizione. Ora tuttavia questa lettera del Priscianese al Vettori ci fornisce un anello mancante (cui spero se ne aggiungano presto altri). Grazie ad essa trova riscontro obiettivo quel passo di una lettera a Bernardino Maffei, dal Museo, il 16 agosto 1543 (Lettere, I, 319) che, scritto in "burlevole cifra" era parsa una formula di puro divertissement.
Ora la lettera al Vettori dimostra che l´intento - di cui si poteva al più nutrire qualche sospetto - di pubblicare le Historiae, seppure in forma parziale, era autentico, come fondata su un dato di realtà era la designazione dell´editore fiorentino: peraltro il carattere parziale dell´edizione progettata consente di decifrare anche la richiesta di rivederne il testo rivolta al fratello Benedetto in una precedente lettera, da Roma, dell´11 settembre 1542. In linea provvisoria, si può ipotizzare che, mentre le sue energie erano assorbite nel completamento degli Elogia dei letterati, Giovio abbia ritenuto più ragionevole scorporare almeno la parte delle Historiae più remota dai rischi della attualità politica e pubblicarla subito, senza attendere una sempre più aleatoria "sutura" dei "buchi" lasciati fino ad allora nell´opera.
Ad un contempo la lettera del Priscianese ci rivela che, ben sei anni prima della prima edizione, Giovio riteneva conclusa a quella data (1544) la sua Istoria, una storia iniziata con il 1494. Così finalmente ci spieghiamo perché Paolo, in una lettera da Roma del 28 ottobre 1544 al cardinale di Tournon, abbia plaudito all´idea di concludere le sue Historiae, iniziate sotto il segno dell´interruzione della pace, con la stipula della pace di Crépy.
E finalmente si comprende quella che è finora apparsa come una stranezza, ovvero perché Giovio abbia chiesto nel 1546 (ma forse già l´anno prima) a Francesco I (nella foto piccola, ndr) un privilegio per la stampa delle Historiae assieme a quello per la stampa degli Elogia, opera quest´ultima che fu poi l´unica a vedere la luce - con il doppio privilegio - in quell´anno 1546, a Venezia, presso il Tramezzino.
La lettera
ROMA, ALLI 5 DI LUGLIO 1544
Caro et honorando Messer Piero (...). Et se voi volete sapere, come mi disse (scil. quel giovane), se lo Eustrathio è finito, o se egli è per finirsi, vi respondo che, benché e´ faccino non so che di preparatione, come dire di voler gettare lettere, pure il credo che si finirà ad kalendas graecas, perché il Cardinale che si soleva mostrare ardente in queste sue stamperie papali, è diventato più freddo d´una tramontana, et hora più che mai, tal che possiamo dire frigescimus in aestivis.
Ma questo non è contra alle imprese pretesche, e però non ne diciamo più, et maxime ch´io per me ne sono satio.
Io attendo a stampare alcune cose per me, come dire cose di Platone fatte toscane, come è il Convito e ´l Fedro, et ultimamente la Vita di Dante composta per il Boccaccio, la quale, perché mi pare bellissima, io vi manderei volentieri se io pensassi che voi non l´havessi letta.
Siamo in pratica di stampar una parte delle storie del Giovio, non so se ci accorderemo, et cossì andiamo faccendo e preparando di fare. [...] A piacer vostro Francesco Priscianese».
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