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28 Maggio 2009 ARCHEOLOGIA
Isa Grassano Repubblica.it
Alla scoperta della via Appia
tempo di lettura previsto 3 min. circa

LA CAFFARELLA, recentemente, invece delle pagine dedicate alla natura e alla cultura, ha occupato quelle della cronaca nera. Eppure questa valle, nella prima periferia romana, è tutt´altro che un luogo di degrado. Si tratta di una delle più preziose aree verdi della Capitale, con gli alberi di fichi e di mele selvatiche su cui arrampicarsi d´estate per cogliere i dolci frutti, e con i merli a fare compagnia, insieme al battere a martello dei picchi.

In questa valle si specchia la storia di Roma, e vicino a ogni grotta scavata nella roccia tufacea, ad ogni rudere (il Tempio del dio Rediculo, il Ninfeo d'Egeria, San Urbano) sembra ancora di rivivere quel fascino che incantava i viaggiatori del Grand Tour. E questo vale ancora di più per tutto il tratto monumentale della Via Appia Antica, oggi compreso nell´omonimo Parco.

Goethe, che ebbe modo di vistare la strada durante il suo viaggio in Italia del 1876, volle farsi ritrarre da un amico artista mentre era «mollemente» adagiato su alcuni resti archeologici, con sullo sfondo la campagna che, allora come oggi, circonda la Regina Viarum, come l´Appia venne definita per lo splendore dei monumenti sepolcrali, le ville sontuose del tratto suburbano e per la bellezza del percorso.

Del resto, la via Appia, era la grande "autostrada" dell'epoca, che portava da Roma a Brindisi e da lì, in nave, verso la Grecia, dove iniziava la Via Egnatia (prosecuzione ideale dell´Appia), diretta in Turchia. «Scavò le alture, pareggiò le valli ed i baratri con mirabili terrazzamenti; spese tutte le entrate dello stato, ma lasciò di sé indimenticabile memoria», così scrisse Diodoro Siculo del censore Appio Claudio, l'uomo che, nel 312 a.C., mise mano a quest´opera davvero unica: la strada nacque soprattutto con finalità militari e aveva una larghezza di oltre quattro metri, sufficienti a consentire il passaggio contemporaneo di due carri nel doppio senso di marcia.

E dunque, perché non riscoprirla, lungo i 712 chilometri, che costituiscono la moderna Statale 7, partendo proprio dalla Caffarella, con un viaggio "al rallentatore" per conoscere la cultura, il territorio, le persone, a ritmi lenti, fermandosi qua e là per visitare borghi e paesi, concedendosi qualche passeggiata tra la natura, con alcune diramazioni per le città. Non avere fretta è la prima regola.

Anzi, l´unica. Il resto viene da sé: il verde fitto delle querce e degli ippocastani ai lati della strada, le greggi di pecore al pascolo, l´eco dei dialetti che cambia man mano che si percorrono le infinite serpentine di asfalto. Lasciati alle spalle i Colli Albani, noti per i boschi e i laghi, ma anche per la cucina e i vini, la strada è diritta, come una riga geometrica e, fedele al percorso antico, porta a Terracina.

Qui gli scenari sono spettacolari, con l´area archeologica del Tempio di Giove Anxur (fanciullo) situato in cima a Monte Sant´Angelo e dichiarato recentemente Monumento Naturale: grandiose rovine tra cui le poderose arcate, risalenti anche al I secolo a.C., che emergono tra gli arbusti sempre verdi e le perenni graminacee.