I MAGISTRALI chiaroscuri del Caravaggio, che lo hanno reso uno dei pittori più celebri al mondo, potrebbero celare un segreto. Il geniale artista barocco era molto in anticipo rispetto ai suoi tempi e utilizzava tecniche fotografiche due secoli prima dell'invenzione formale della fotografia.
A svelare la maestria tecnologica del pittore scomparso nel 1610 è una studiosa italiana, esperta di storia dell'arte e docente al Saci di Firenze, Studio Arts Centers International. Roberta Lapucci, che alle tecniche fotografiche del Caravaggio ha dedicato recentemente alcune conferenze, sostiene che Michelangelo Merisi avesse trasformato il suo studio in un'enorme camera oscura. Qui sistemava i suoi modelli, che venivano illuminati grazie a un foro nel soffitto da cui filtrava la luce. In seguito, ne proiettava l'immagine su tela attraverso una lente ed uno specchio.
Non solo: le ultime ricerche, rivela la docente, indicano che Caravaggio usava sostanze chimiche che trasformavano le sue tele in primitive "pellicole" impressionabili. La preparazione che usava, composta di diversi elementi sensibili alla luce, permetteva di fissare l'immagine sulla tela per circa una mezz'ora. Nell'oscurità quasi totale, in questo lasso di tempo il pittore abbozzava l'immagine proiettata sulla tela con una mistura di diverse sostanze, elementi chimici e minerali visibili anche al buio.
La tecnica della camera oscura era già stata descritta da Leonardo da Vinci, e Caravaggio potrebbe essere stato ispirato a sperimentarla dal filosofo Giovanni Battista Della Porta.
Sulle tele del Caravaggio, ha spiegato Lapucci a diversi giornali stranieri, sono stati ritrovati sali di mercurio, sensibili alla luce e utilizzati nelle pellicole. La studiosa si è occupata dell'analisi di queste sostanze chimiche dopo aver costruito una camera oscura con l'artista americano David Hockney. La polvere "magica" sfruttata dal Caravaggio potrebbe essere stata ottenuta da lucciole schiacciate, una tecnica al tempo utilizzata per creare effetti speciali nelle produzioni teatrali.
Una delle prove a sostegno della rivoluzionaria tecnica fotografica, secondo Lapucci, sta nel fatto che il maestro non faceva mai schizzi preliminari. "E' plausibile, quindi, che utilizzasse queste proiezioni per dipingere", spiega Lapucci alla Bbc. Un'altra caratteristica dei suoi dipinti - la preponderanza di soggetti mancini - si spiegherebbe, sempre secondo la studiosa, con il fatto che le immagini venivano proiettate sulla tela al contrario. Difetto poi corretto nel tempo, quando gli strumenti che il pittore usava divennero più sofisticati: infatti i mancini sono molto meno frequenti nelle opere tarde dell'autore.
L'ausilio tecnico, sottolinea la studiosa, non toglie certo nulla alla genialità del pittore: "Al contrario", dice Lapucci. "E' evidente che non basta proiettare delle immagini su una tela e ricopiarle, per diventare Caravaggio".
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