Se Tito Livio ci ha tramandato le vicende pre-romane di Pisaurum, quand'era abitata dai Piceni, e l'inizio della sua romanità, quell'anno 184 a.C quando fu sottratta all'ager gallicus, la grande casa di via Matteotti - muta testimone - ci tramandava a propria volta l'ultima traccia visibile a tutti di quei secoli. Chi fece edificare l'ampia e fastosa magione, dotata di locali spaziosi e di un hortus adornato - duemila anni fa - di capolavori della scultura, fontane, colonne e alberi da frutto? Forse un comandante, un veterano fedele all'imperatore Ottaviano, gratificato con un ruolo politico di primo piano nella Colonia Iulia Felix Pisaurum? Di certo, un uomo importante, uno dei notabili che condussero la città di Pesaro al massimo fulgore economico e architettonico. Può darsi fosse uno dei leggendari "magister vici".
Chi ha deciso di seppellire la domus di via Matteotti non si è reso conto del suo incommensurabile valore storico, urbanistico e architettonico, ma si è limitato a definire "poveri" e "poco significativi" i mosaici pavimentali. Niente di più sbagliato, perché è della prima età imperiale la sobrietà di quelle astrazioni: la crux gammata, il quadrato, la stella del mattino. Il padrone della nostra dimora, fedelissimo all'imperatore e devoto ai Lares Augusti e al Genius - divinità protettrici del sovrano - gestiva realtà artigiane e commerciali. La sua domus, a ridosso delle mura cittadine, la più bella casa che si incontrava con lo sguardo, voltandosi verso destra dopo essere entrati da Porta Fano, era in contatto con i quartieri suburbani; forse era addiritura collegata ad essi grazie a una strada privata, basolata e costeggiata da marciapiedi, dotata di una propria entrata esclusiva dalle mura di Pisaurum. La terra cade sulle vestigia di quella casa che fu fortunata e copre il tratto di strada, intatto, che la Storia ci aveva consegnato. L'atrium con l'impluvium per la raccolta dell'acqua piovana, il triclinium dove il signore della domus accoglieva i nobili ospiti, il pozzo (conservatosi intatto) nel'hortus, sacro alla Magna Mater: tutto viene ora occultato, con la brutalità delle ruspe, da terriccio bagnato, mescolato a pietre, pezzi d'asfalto e cemento, radici marciscenti.
Cosa direbbe Cesare Brandi, il grande storico dell'arte, massimo esperto di ogni tempo, in Italia, riguardo alle tecniche di conservazione e restauro dei beni archeologici. Lo conobbi, a Firenze, alla fine degli anni 1970 e assimilai da lui un amore e un rispetto infinito per l'archeologia. "La cultura non è sterile erudizione, " diceva spesso, "ma viva conoscenza che accresce la coscienza". Riguardo alla conservazione di siti archeologici del tipo della domus pesarese, mi disse un giorno: "I millenni trasformano rovine e terra in un manto amorevole che protegge le antiche vestigia. Guai a sostituire a quei delicati equilibri approssimazione e incuria. Intonaci, resti di pareti e soprattutto mosaici pavimentali devono essere trattati con grande cura. In particolare - e questa è una norma suprema - devono essere tenuti al sicuro dall'umidità e dalle infiltrazioni idriche". La domus di via Matteotti è stata trattata in ben altro modo. La struttura, fragilissima, è stata coperta con teli di plastica che non la faranno respirare. Sotto i teli ristagnano pozze di fango. La poca sabbia, l'argilla e il polistirolo che fungono da strati protettivi rendono ancora più evidente il problema del ristagno, mentre le tonnellate di terriccio bagnato costituiscono un ambiente umido contrario a qualsiasi norma conservativa, senza tener conto del pietrame che preme contro le deboli strutture e i mosaici: un disastro, in termini di logica conservativa. Purtroppo la copertura degli scavi è stata affidata a operai di buona volontà, ma incapaci di comprendere i danni prodotti dalle vibrazioni e dal peso delle ruspe, dalle pietre aguzze a contatto con i beni archeologici, dalla terra pressante e bagnata. Nessun esperto, nessun funzionario della soprintendenza ha supervisionato i lavori. Lavori comunque privi di senso, perché i resti di una domus e i mosaici pavimentali non devono mai essere reinterrati, tantomeno con materiale fangoso e pieno di sassi aguzzi, perché si tratta di materiale delicatissimo. Cesare Brandi insegna che l'unico pericolo che uno scavo di quella tipologia può correre deriva solo da esposizione diretta ai raggi solari e umidità.
Mantenere la copertrura provvisoria, magari sostituendo il telone con una copertura impermeabile estetica, sarebbe stata la soluzione ottimale, in attesa di reperire i fondi per una copertura in vetro-acciaio ad algoritmi genetici, con un percorso didattico e un progetto di valorizzazione culturale. Ma per ottenere finanziamenti europei o privati, sarebbe stato necessario chiedere prima di qualsiasi contatto l'iscrizione della domus nel patrimonio mondiale dell'umanità, cosa che il Gruppo Watching The Sky ha fatto, autonomamente, in questo stesso mese di gennaio 2009. Nessuno, purtroppo, ci aveva pensato, prima. Alcune personalità della cultura e della società pesarese hanno tentato con impegno, coraggio, a volte con disperazione, di preservare un'orma profonda e importante della cultura antica di Pesaro, una domus dalle caratteristiche uniche, che qualsiasi città d'Europa vorrebbe possedere, per presentare al mondo con orgoglio l'eredità di una Storia e di una civiltà millenaria. L'artista Franco Bastianelli e Laura Bucci, presidente dell'Associazione provinciale professioni turistiche, sono giunti perfino a manifestare con pale e cartelli, accanto al Gruppo Watching The Sky, in un sit-in pacifico, sopportando il rigore invernale e la distruttiva ottusità delle ruspe, per evitare lo scempio. A loro si sono aggiunti l'onorevole Remigio Ceroni, che ha raccolto una sfida di civiltà, e la rivista ufficiale dei Siti UNESCO, che proporrà la domus di via Matteotti per il Patrimonio dell'umanità. I ragazzi di Pesaro, davanti a questi cattivi esempi, si allontanano dai valori della cultura e smettono di rispettare l'arte. Basta recarsi in piazza Olivieri, davanti al Conservatorio, per notare i danni, alcuni dei quali irrerversibili, che alcuni di loro hanno causato al "Centauro", una delicata scultura moderna in filo di ferro.
La sera, quando si ritrovano presso la panchina sotto il monumento, i ragazzi salgono sulla groppa dela figura mitologica, piegano le sue dita, maltrattano l'intera struttura trasformandola in un rottame. Non sanno quello che fanno, perché chi amministra la città in cui vivono stanno mostrando - più per incoscienza che per un sentimento iconoclasta - la stessa incuria, la stessa mancanza di attaccamento verso un patrimonio urbanistico-architettonico e artistico che si impoverisce e cade nell'oblio anno dopo anno, in un'indifferenza che rappresenta il sonno della civiltà. Senza polemica, ma con un invito a riflettere.
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