Una grave perdita, una grande scoperta.
''Non accadde molto spesso di assistere alla scoperta di una civiltà completamente nuova'', racconta il professor Massimo Vidale, un archeologo italiano che ha l'onere e l'onore di dare il suo contributo agli scavi della 'civiltà di Jiroft', come viene chiamato il sito nell'Iran meridionale dove si lavora a quella che viene ritenuta dagli esperti la maggiore scoperta archeologica orientale degli ultimi cinquanta anni. Com'è iniziata questa storia? ''Nel 2001 un fiume ha cambiato corso, lasciando scoperto il vecchio letto. Sono emerse necropoli antichissime. Questi siti, purtroppo, sono stati saccheggiati da esploratori clandestini per lunghi mesi, prima che lo stato iraniano intervenisse e riuscisse a fermare i furti'', racconta Vidale. ''Oggetti antichissimi, di rara bellezza, che gli acquirenti pagavano fino a 50 dollari l'uno ai contadini, ma che adesso sono sul mercato dai 200mila dollari in su. Alla fine del 2001 il professor Youssef Mjidzadeh ha cominciato degli scavi scientifici, che hanno portato alla luce soprattutto un insediamento urbano, che non erano stati toccati dai predoni. Quindi mentre le necropoli sono state in larga parte distrutte, questa grande città è intatta''. Dopo il disastro che ha subito l'Iraq e la tragedia dell'Afghanistan, simbolicamente rappresentata dalla distruzione dei Buddha di Bamyan, un'altra perdita incalcolabile. ''Sono situazioni non comparabili - risponde l'archeologo - Tutta l'operazione dell'Iraq è stata gestita da dementi, che hanno fatto implodere il sistema statale e sprofondato il Paese nella più profonda anarchia. Situazione nella quale versa, da trent'anni, l'Afghanistan. In Iran non si corre un rischio del genere: c'è uno stato vigile e presente. Certo un ritrovamento così importante in una periferia remota come Jiroft ha sorpreso un po' tutti. Quando hanno realizzato l'entità del danno era tardi. Il commercio dei reperti archeologici è solo questione di denaro e molti di questi oggetti hanno un valore notevole. Alcuni grossi musei, tra cui il Louvre, e diverse case d'asta, hanno comprato dei lotti importanti di questi materiali. Anche perché non era chiara la provenienza. Adesso l'Iran's Cultural Heritage and Tourism Organization (Ichto) è in causa per la restituzione degli oggetti e uno dei nostri contributi a tutta la questione è proprio dimostrare che questi oggetti sono stati rubati all'Iran e devono tornare là''.
Il ruolo dell'Italia. Il ruolo degli archeologi italiani, però, non si limita a questo. Com'è cominciata la vostra collaborazione con gli studiosi iraniani?
''Al mondo siamo, più o meno, in trenta a studiare le prime città dell'Età del Bronzo in Iran e ci conosciamo un po' tutti'', risponde Vidale. ''Tramite l'Istituto Ismeo, fondato dal professor Tucci, avevamo curato alcune pubblicazioni di Mjidzadeh e lui ci ha chiamato, riconoscendo la qualità del lavoro svolto in Iran, fino agli anni Settanta, dall'archeologia italiana. Per esempio gli italiani, per decenni, sono stati i responsabili del restauro di Persepolis. Si è formato un piccolo gruppo di italiani che hanno cominciato a lavorare sotto l'egida del governo di Teheran. Questa scoperta, infatti, giungeva in un momento particolare. L'Iran, dopo la rivoluzione, è stato chiuso per quasi trent'anni alla ricerca archeologica europea. Sei, sette anni fa, grosso modo, la situazione è cambiata, anche perché in questi anni l'archeologia preislamica non ha incontrato un grande interesse nel Paese. Negli ultimi dieci anni, invece, ha conosciuto una nuova popolarità. Quindi è un po' cambiato anche l'atteggiamento, anche perché l'Iran non è così monolitico come certe volte anche la nostra stampa lo presenta. In Italia si sa pochissimo dell'Iran, tanti lo confondono con il mondo arabo o si limitano a guardare all'aspetto della società iraniana. L'Iran rimane un Paese profondamente legato all'Europa, per la sua storia recente e passata, guarda costantemente a noi. Un popolo ospitale e curioso, che vuole sapere e che ci tiene a dare un'immagine diversa da quella che sanno essere diventata dominante sui media europei. Proprio mentre il Paese si apriva di nuovo alla collaborazione con l'Europa, è arrivata questa grande scoperta''.
Un grande progetto. A che punto è il vostro lavoro?
''Adesso comincia la seconda parte della missione, dove io sono il co-direttore. Quando si scava in una città che è di due chilometri per due, da ogni buco salta fuori qualcosa di interessante. Comunque abbiamo fatto tanti saggi in differenti zone della città, come in quella che abbiamo ribattezzato il 'quartiere dei metallurghi' - spiega l'archeologo - E' stata scavata anche la collina principale della città, che sembra racchiudere i resti di un grande palazzo, circondato da un muro rotondo, di sei o sette metri di spessore. L'altro edificio importante da menzionare è molto simile, nella sua struttura a gradoni, alle ziggurat della Mesopotamia, ma molto più grande. Le ziggurat note sono massimo lunghe fino a settanta metri, quella che stiamo valutando è di 350 metri. Adesso ci occuperemo di alcune delle zone più antiche del sito, uno o due villaggi rinvenuti sotto le necropoli saccheggiate, databili attorno al 4000 a.c., mentre la città sembra vivere attorno al 2000 a.c., per poi venire abbandonata dopo una grossa crisi. Stiamo indagando i livelli più antichi che ci portano, probabilmente, alla fine del V millennio avanti Cristo. Uno dei progetti che porteremo avanti, oltre a una ricognizione sistematica della valle, sarà lo studio dell'origine dell'agricoltura in questa regione, perché dal punto di vista climatico ambientale siamo in una zona molto interessante. Incastrata tra l'Asia centrale, il Golfo Persico e l'Iran. Un centro commerciale di grande rilievo lo è stato di sicuro: la zona è ricoperta di schegge di pietre preziose. Quando piove si cammina su un tappeto multicolore di pietre dure''.
Oltre i pregiudizi. Com'è lavorare in Iran? E' dura interfacciarsi con il governo iraniano?
''Nessun problema. Aldilà delle divisioni della politica e della religione, che i media enfatizzano sempre troppo, se nei rapporti con questi paesi facessimo più partite di pallone...staremmo tutti meglio. Quando si lavora, quando si fa qualcosa di tecnico, come sanno benissimo tutti i tecnici italiani che lavorano in Iran, e sono tantissimi, lavorare insieme permette di stabilire dei rapporti, basati sul rispetto reciproco''. Il governo di Teheran come si pone rispetto alla tutela del patrimonio artistico? ''L'Iran è come l'Italia, è pieno di reperti. L'Iran non è una nazione: è un impero, anche se tutti sottovalutano questo aspetto. Un impero con una forte coscienza nazionale e un forte orgoglio. Certo, come tutti i paesi in rapido sviluppo, gli investimenti economici sono maggiormente rivolti all'energia o alle infrastrutture, ma nonostante questo la Repubblica islamica è fiera del suo passato e, anche in in chiave turistica, investe su questo aspetto''. E l'Italia? ''Rispetto a quello che c'è da fare è difficile continuare a muoversi con i pochi mezzi a disposizione dal ministero degli Affari Esteri e da donatori privati, ma dobbiamo pensare in scala maggiore, perché è davvero una grossa scoperta'', auspica Vidale. ''C'è un interesse che sta crescendo, ma i fondi non sono molti, soprattutto per i tagli. Alcuni apparati della pubblica amministrazione continuano a pensare che un progetto all'estero sia meno importante di uno fatto n Italia, ma non è così. In Italia ci sono almeno 4-5 mila ville romane scavate, che si rovinano all'aperto e nessuno va a visitare, costano un sacco di soldi. Con quello che si spende per la campagna di scavo di una di queste ville, noi possiamo scoprire e tutelare un patrimonio dell'umanità. Non per fare un discorso da guerra dei poveri, ma alcuni aspetti della nostra archeologia si conoscono ormai molto bene, mentre questi sono aspetti ancora tutti da salvaguardare''.
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