All'annuale incontro sull'archeologia che l'associazione European association of archaeologists (L'eaa) organizzato, all'isola di Malta, ha visto la presenza di un lavoro di archeologia sperimentale prodotto da Rocco Purri (Elementi di cultura materiale nel neolitico lametino, Editore – Calabria Letteraria Editrice - con il supporto storico di Simona Scarcella, ricercatrice presso "L'ecole des Hautes Etude en Sciences Sociales, Paris, France", e di Roberto Spadea, ispettore presso la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria. Il contesto storico di questa ricerca richiama al VII millennio a.C., quando le coste del Mediterraneo, anche quelle lametine quindi, furono abitate da uomini provenienti da oriente che nel loro viaggio di ricerca diffusero gli elementi della civiltà neolitica: la produzione e l'uso della pietra levigata, della ceramica e del tessuto, oltre ai principi di una nuova economia basata sull'agricoltura e sull'allevamento.
Il quadro di questa presenza preistorica nel territorio lametino divenne più chiaro quando, a partire dagli anni '70, con l'avvio di diversi progetti di ricerca si individuarono numerosi insediamenti in varie zone della piana. Pioniere di questa nuova fase di studio è stato Albert. J. Ammerman, che nella zona di Acconia di Curinga individuò circa settantacinque siti di età preistorica. Le ricerche a Piana di Curinga hanno prodotto una grande quantità di materiale ceramico che, per la caratteristica decorazione, è stato associato alla cultura dello Stentinello, villaggio presso Siracusa dove il grande archeologo Paolo Orsi per la prima volta identificò questo stile decorativo fino ad allora sconosciuto. La particolarità di questo stile sta soprattutto nella sua decorazione realizzata a impressione, utilizzando punzoni e stampini. Parte di questi reperti, portati alla luce da A. J. Ammermann, sono oggi conservati nel museo archeologico lametino. Visitare le sale espositive del museo, osservare i reperti neolitici provenienti da Piana di Curinga, sapientemente ordinati ed esposti da Antonio Milano e Giuditta Grandinetti, è un' esperienza particolare che vale la pena di essere vissuta. La tecnica utilizzata per la forgiatura del vaso, lo schema del disegno, la successione dei segni, i diversi effetti che il medesimo punzone produce: in pratica è come se il manufatto si raccontasse.
E' stato proprio questo che ha spinto Rocco Purri a intraprendere una fatica, che è durata più di due anni ed il cui obiettivo iniziale è stato quello di comprendere la chaînes- opératoires della realizzazione della forma più comune all'interno del complesso ceramico di Piano di Curinga: il vaso globulare a fondo convesso.
Il tentativo di ripercorrere le varie fasi, che hanno portato alla realizzazione di questa classe di manufatti, ha significato imbastire procedure e processi tipici dell'archeologia sperimentale, mettendo assieme una serie di azioni coerenti e consequenziali che di solito sono molto difficili da ricostruire nella loro globalità. Per fortuna il "fare ceramica" si svolge da sempre in un quadro di regole ben determinate, che ogni comunità interpreta in funzione dei mezzi e delle risorse a sua disposizione. Queste interpretazioni lasciano segni intellegibili sui singoli manufatti, la lettura di questi segni è stata la base metodologica da cui è partita la ricerca di Rocco Purri. Tutto questo ha comportato un'analisi del contesto geologico e geografico dell'area con esplorazioni dei luoghi degli insediamenti neolitici di Piano di Curinga, al fine di individuare i possibili banchi argillosi, la cui composizione mineralogica fosse compatibile con quella dei reperti conservati nel museo archeologico lametino.
Le ricognizioni ed i sopralluoghi svolti in fossi, in prossimità di torrenti e scarpate sono state le occasioni per godere di una vista che dalle dune di Curinga spazia verso il golfo di S. Eufemia e le isole Eolie.
Individuata l'argilla e svolte le necessarie analisi che hanno evidenziato la similitudine tra i campioni argillosi trovati ed i reperti custoditi nel nostro museo archeologico, è partita una operazione che a tutti gli effetti è da considerarsi come un viaggio nel tempo. Un ritorno virtuale nel passato remoto, dove le tecniche utilizzate per la realizzazione di manufatti ceramici esclude pratiche riconducibili alla tornitura.
Proprio la mancanza dell'uso del tornio, molto di là a venire rispetto all'orizzonte temporale del neolitico, ha imposto la sperimentazione di altre tecniche per la realizzazione dei manufatti. La tecnica della battitura mediante l'utilizzo di strumenti litici è stata quella che, meglio di altre possibili, ha dato risposte coerenti con l'elevata simmetria e con gli spessori sottili dei manufatti ritrovati a Piano di Curinga.
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