HANNO fatto collassare civiltà, hanno costretto gli uomini a ingegnarsi trovando nuovi modi per sopravvivere, hanno prodotto anche importanti cambiamenti positivi nelle organizzazioni sociali ed economiche. La storia dell'umanità è innanzitutto la storia del suo adattamento ai cambiamenti climatici. Anche per questo i paleoclimatologi sono spesso i migliori alleati di chi nega l'origine antropica del riscaldamento globale. La loro tesi è che le mutazioni sono sempre avvenute in ragione dei cicli naturali e il fattore umano non va dunque sopravvalutato.
Brian Fagan, ex docente di archeologia all'Università della California a Sant Barbara passato ormai a tempo pieno nel campo dei divulgatori scientifici (il suo ultimo lavoro The great warming per ora non è stato tradotto in italiano), la pensa però diversamente. Buona parte dei suoi studi si sono concentrati proprio nella ricostruzione di come siccità, alluvioni e innalzamenti delle acque marine hanno plasmato la storia dell'uomo. Quella che stiamo vivendo, avverte, "è una situazione completamente diversa". Allo stesso tempo suoi libri (in particolare La Lunga estate, Codice edizioni) ci aiutano a inquadrare i problemi che ci attendono in una prospettiva storica, senza indulgere in visioni apocalittiche per il momento fuori luogo. Quando il Periodo Caldo Medievale portò abbondanza di raccolti in Europa, molte popolazioni americane dovettero fare i conti con una devastante siccità. Tra queste, i Chumash, nativi della California meridionale, che dopo l'iniziale sbandamento reagirono rinnegando la violenza e "crearono una società completamente nuova diventando più saggi".
Professor Fagan, ci può spiegare meglio cosa accadde alle tribù Chumash?
"Affrontarono la realtà e ne discussero a lungo. Alla fine raggiunsero un accordo tra le varie fazioni per voltare pagina. Il nuovo corso alla lunga ebbe successo e fu accettato da tutti, anche perché fare altrimenti avrebbe significato un suicidio politico".
Può chiarire meglio in che modo i cambiamenti climatici hanno influenzato l'umanità?
"Si può fare un paragone con un sasso che cade in uno stagno. C'è un punto di impatto e delle onde che si riverbano in cerchi concentrici. Queste "onde" sono le conseguenze sociali, politiche ed economiche dei cambiamenti climatici che colpiscono - e a volte distruggono - le civiltà. E' il caso dei Maya: la siccità fu una delle cause del collasso della maggior parte di questa civiltà".
Tra le grandi eredità dei cambiamenti climatici illustrate nei suo libri c'è anche la nascita dell'agricoltura.
"L'addomesticamento delle piante 10mila anni fa portò a un loro rapido cambiamento genetico con la selezione di quelle che avevano caratteristiche più propizie ai raccolti".
Dalle ricostruzione storiche emerge che l'evento climatico più temibile è sempre stato la siccità. E' ancora così?
"Credo che nel breve periodo la siccità sia il maggiore pericolo che dovremo fronteggiare, specialmente nelle zone semiaride come la Spagna, gli Stati Uniti occidentali, vaste aree dell'America Centrale e dell'Africa. I prossimi 50 anni saranno critici".
Cosa ne pensa del dibattito sul cambiamento climatico e delle perplessità degli scettici?
"Il fatto che stiamo immettendo gas nell'atmosfera in quantità senza precedenti rende i cambiamenti climatici che stiamo vivendo unici rispetto ai problemi vissuti dalle società precedenti la nostra. A mio avviso non ci sono dubbi che siamo in una fase di riscaldamento, molto del quale causato dagli uomini. I cambiamenti climatici che dobbiamo affrontare saranno diversi dal passato soprattutto perché ora sulla Terra siamo in molti di più e in molti viviamo in grandi città densamente popolate".
Nella sua ricostruzione storica dei cambiamenti climatici le società sono state colpite in maniera diversa a seconda del loro tipo di organizzazione sociale, economica e politica. Questo sarebbe vero anche oggi o la globalizzazione ci ha già reso ormai una "civiltà unica"?
"Credo che continueranno ad esserci differenze da posto a posto. Ma effettivamente l'urbanizzazione è ormai un fenomeno globale e le sfide saranno simili per tutti. E' probabile però che culturalmente le affronteremo in maniere diverse".
Siamo ormai in gran parte una società ad alta tecnologia e ad alta conoscenza. Questo è un vantaggio o un limite nell'adattamento ai cambiamenti climatici?
"Siamo estremamente vulnerabili perché viviamo in grandi città e perché le nostre società sono così complesse che i processi decisionali sono lenti e macchinosi. Il mio pensiero al riguardo è sintetizzato nell'ultimo capitolo della "Lunga estate": tecnologia e conoscenza ci aiuteranno molto, ma alla fine ciò che ci permetterà di prevalere sono le nostre qualità di ingegno e la capacità di adattamento in quanto esseri umani, proprio come è accaduto nell'antichità".
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