John Steinberg dell´Istituto Cotsen della UCLA lavora con l´antropologo della Penn State Paul Durrenberger per trovare i confini della valle, al fine di determinare quando e perché l´Islanda passò dall´essere una serie di piccoli regni vichinghi, in parte del regno di Norvegia in un periodo compreso tra l´870 ed il 1262. Ma scoprire in modo efficacie questi confini impone di individuare e misurare tutte le case vichinghe senza scavare tantissime fosse.
"Vi sono due ragioni per non scavare fosse" spiega Durrenberger. "Quando scavi, distruggi un sito. E scavare costa".
Per due settimane, Steinberg ed il geofisica dello UCLA Brian Damiata hanno scattato fotografie dell´erba e del suolo in questi campi usando un Radar a Penetrazione del Terreno (GPR). Il GPR agisce come una camera a microonde, invia onde elettromagnetiche nella terra e cattura gli echi o i riflessi. Hanno processato i dati del GPR in una serie di animazioni colorate che mostrano come il campo sarebbe sembrato se un gigante avesse preso una vanga e avesse sfilato via fette di terra orizzontalmente, centimetro per centimetro.
Steinberg concede che si ha necessità di immaginazione per collegare i punti lasciati dai riflessi delle microonde nei contorni di una casa. Per sapere come leggere meglio le immagini GPR, il passo successivo è paragonarli a quel che l´archeologia tradizionale vanga-e-rastrello può dire del sito.
I Vichinghi in Islanda non costruirono case di pietra o legno. Le pareti che gli studiosi cercavano erano fatte di blocchi di tufo – essenzialmente la sommità di una torbiera – spesso stratificati su percorsi di altri sedimenti. Per due giorni il sito è stato grattato, usando spatole per sollevare un pollice o due di pietrisco e detriti, alla ricerca di tracce di tufo. Il tufo è più denso ed ha un contenuto organico superiore dei detriti. E´ intessuto di un colore grigio-verde e marrone, arancio e oro, nero e rossiccio. Entrambe la grana ed il colore aiutano a riconoscere le pareti. Ma prima sarebbe stato necessario ripulire lo strato di tephra bianca, depositatosi durante l´eruzione del Monte Hekla nel 1104.
La cenere della torbiera è quasi unta come la tephra vulcanica, e si ripartisce in vari distretti di colori, dal rosa pallido al giallo brillante, arancio, nero e bianco, tutti mischiati. Lavorando per otto giorni (poiché le ceneri erano molto più profonde e ampie diffuse di quanto aspettato), i ricercatori hanno elaborato uno schema di colori, e a ciascun colore era possibile associare uno specifico periodo storico.
Qualcuno, a quanto pare, aveva continuato a gettare ceneri di torba contro la parete esterna per anni, dopo che la casa era da tempo disabitata. Le ceneri si sono accumulate contro il muro e hanno riempito le crepe tra i blocchi crollati del muro ed il tetto all´interno della casa. Una sezione, una volta ripulita, sembrava una mappa in rilievo e mostrava i singoli blocchi di tufo. La casa era già completamente crollata prima che l´eruzione del 1104 la coprisse di tephra bianca.
Parte delle pareti nord e sud della casa si sono rivelati non altrettanto semplici da ripulire, e lungo il muro orientale si sono verificati episodi piuttosto divertenti. Per ripulire questi siti piuttosto complessi, si è tentato di allineare i dati del sito con quanto era stato trovato sulle immagini GPR. In questo modo, dopo un lavoro sui dati di settimane, aggiustando lo schema dei colori e verificando in che modo i dati erano stati trasformati in immagini per evidenziare i differenti tipi di riflessi, si sono potute vedere immagini chiare delle pareti e del pavimento, molto compatto e untuoso. Si è riusciti così a ricostruire anche la disposizione dell´entrata.
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