Importanti novità dalla VII ed VIII campagna di Scavo del Castello di Piombinara. L´indagine nell´area del Castello ha previsto un ampliamento dei saggi II-III in direzione N-S, per una larghezza di m. 5, 00 portando i saggi ad un´ampiezza complessiva di 600, 00 mq.
a questo punto dell´indagine archeologica si colgono precisamente i limiti di un grande edificio quadrangolare, con spesse fondazioni. Di questo è complicato, al momento, interpretare correttamente la funzione, anche se gli archeologi impegnati nella missione di scavo, non escludono possa in qualche modo avere un rapporto con monastero benedettino di S.Cecilia che precedette il Castello nell´occupazione del sito e di cui si ha notizia nel 1051 quando il trentesimo abate di Subiaco, Ottone, scappò in questo cenobio, e li restò fino al termine della sua vita e vi fu sepolto.
Da questo ambiente si ricavarono in seguito altri vani, realizzando una serie di setti murari, allineati in direzione N-S, non perpendicolari rispetto al muro di cinta del castrum, né ammorzati alle strutture preesistenti, ma verosimilmente paralleli al muro che delimita l´area del palazzo (ancora poco visibile per invadenza della vegetazione arbustiva, e non ricostruibile nella sua reale sistemazione topografica originaria). Al limite Est del grande edificio, due setti murari delimitano, a N e a S, uno spazio che in origine doveva avere una copertura rilevante, funzionale ad un piano sopraelevato, come testimonia la presenza di due grandi pilastri angolari.
Appare quanto mai evidente che la comprensione definitiva delle strutture che insistono su tutta questa area sarà possibile solo dopo aver indagato anche l´ultima striscia di terreno che la separa dal muro che cingeva la zona del palazzo.
Lo scavo si è concentrato anche nell´immediata prossimità delle mura di cinta del castrum. Si era già accertato, infatti, che, per l´andamento "a schiena d´asino" del profilo interno N-S del castello, in prossimità di queste, l´interro era nettamente più voluminoso che nelle aree centrali. Infatti si è potuta constatare la presenza di strati di distruzione (crolli, livelli con presenza carboniosa e cineritica) e di abbandono, che dovrebbero, almeno in parte, aver sigillato dei residui della stratificazione di vita ed uso delle strutture del castello.
Per il resto, nel grande vano tra questi edifici ed Saggio II è, cresciuta notevolmente la conoscenza dell´estensione della pavimentazione in conglomerato, già individuata nelle campagne precedenti, ma ora visibile, a vario stadio di conservazione, per oltre 30, 00 mq.
Anche questo pavimento, tuttavia, nonché i livelli di crollo ed abbandono che in gran parte lo ricoprono prosegue tendenzialmente verso Est e, come le altre strutture, sembra oramai da porre in relazione al muro di cinta della zona palaziale e alla torre poco ad oriente.
I materiali recuperati, appaiono del tutto in linea con quelli già noti dalle precedenti campagne; alcuni oggetti scelti: un anello, delle armi, tra cui una punta di una lancia delle monete, contribuiranno alla determinazione cronologica delle fasi del castello in senso assoluto.
Parallelamente allo scavo del castello, è stato iniziato un saggio extramurario, sull´area indicata dalle fonti come quella di pertinenza della chiesa di Santa Maria di Piombinara, posta lungo la Via Casilina, ma di accertata pertinenza del Castello.
La prima notizia della chiesa risale al XII secolo. In essa venne firmato un atto di permuta di beni tra il papa Eugenio III, esiliato a Segni dopo la rivoluzione repubblicana di Arnaldo da Brescia, ed Oddone Colonna il giorno 17 dicembre del 1151. Nel documento è nominata come "ecclesia S. Mariae prope Castrum Fluminaria".
Nella bolla del papa Lucio III del 1182 appare insieme alle chiese di S. Anastasio, S.Nicola, S. Barbara, S. Giorgio, S. Salvatore de Viculo e al monastero di S. Cecilia come appartenente ai beni del Castello di Piombinara.
In una bolla del papa Urbano VIII del 1638 viene data notizia di un beneficio sotto l'invocazione dei Santi Maria Antonino e Nicola nella tenuta di Piombinara di propretà di Taddeo Barberini, autorizzato a nominare un canonico per la chiesa con l'obbligo allo stesso di celebrare la messa tutte le domeniche, per comodità del popolo.
Nell'anno 1652, un chirografo di Innocenzo X ribadisce quanto espresso nella bolla di Urbano VIII a favore dei nuovi proprietari: la famiglia Doria Pamphili.
I beni a dote di questo beneficio risultano, in quel periodo, essere pari a nove appezzamenti di terreno seminativo ed al suo usufrutto, calcolato in circa 80 scudi. La chiesa di S.Maria è ancora i uso nel XVIII secolo, ne sono testimonianza le quattro visite pastotali compiute del vescovo di Segni Mons. Filippo Michele Ellis il 23 maggio 1710, il 29 maggio 1714, il 25 maggio 1718 e il 27 maggio 1724.
La troviamo in un documento con il nome di S. Maria delle Rose e poi con quello di S. Antonio Abate. Proprio in riferimento a questo titolo nell´ambito della chiesa, nella ricorrenza di questo Santo veniva effettuata la tradizionale benedizione degli animali.
La chiesa fu abbattuta nel dopoguerra per consentire l´allargamento della Via Casilina. Oggi è proprietà del Comune di Colleferro che nell´anno 1999 ha provveduto ad un necessario intervento di restauro. Della chiesa rimane il campanile a pianta quadrata, sormontato da un tetto cuspidato. Nella parte alta si aprono quattro monofore sormontate da archetti di tufo. La struttura muraria è in bozze irregolari di tufo ammorzati agli angoli da blocchetti squadrati, sempre dello stesso materiale La chiesa, è ricostruibile attraverso delle foto d´epoca e la descrizione della popolazione locale. Si trattava di un edificio ad una sola navata, non di grandi dimensioni, il cui accesso era sulla Via Casilina, Sopra la porta un arco cieco costituito da elementi in tufo modanati, quasi sicuramente in origine prevedeva la presenza di una lunetta con molta probabilità figurata, La testimonianza orale ricorda all´interno la presenza di affreschi, non meglio definiti. Da alcune foto d´epoca si nota dietro la chiesa un edificio, più grande a pianta rettangolare, con l´accesso rivolto verso il fiume Sacco, L´edificio è in completo stato di abbandono, privo del tetto, ma in esso sono ancora in piedi i muri portanti, costituiti da tufelli regolari parallelepipedi.
Nel luglio 2006 dopo un´operazione di ripulitura dell´area effettuata dal Gruppo Archeologico Toleriense, in collaborazione con il Museo Archeologico di Colleferro, permetteva di individuare al di sotto la porta di accesso al campanile la traccia evidente di una volta a botte, relativa ad un passaggio coperto che immetteva con molta probabilità ad un ambiente sotterraneo, forse una cripta.
Il saggio ha occupato tutto lo spazio disponibile rispetto alla recinzione di un´autofficina meccanica posta a ridosso all´area archeologica. Si è realizzato lo scavo di livelli diversi di discarica di materiali edili frutto della demolizione dell´edificio ecclesiastico e da pezzame di tufo giallo, anche di grandi dimensioni, frutto dell´erosione del banco naturale posto dirimpetto alla chiesa, finalizzato all´ampliamento della sede carrabile della via Casilina, evento che, nell´immediato dopoguerra, dovrebbe aver causato anche lo stesso abbattimento dell´edificio di culto. Durante l´asportazione di questo strato, è subito emersa la presenza di tre distinti ambienti: il primo, verso la sede stradale, è quanto rimane della vera e propria navata unica della chiesa; l´ambiente posteriore, voltato a botte, intonacato e imbiancato da diversi livelli di scialbatura appare separato dal primo, autonomo nell´organizzazione dello spazio in senso E-O (perpendicolare, quindi, alla navata della chiesa) e presenta un´apertura, sul lato corto, che lo metteva in comunicazione con l´ambiente più basso del campanile, la cui funzione si ignora. Nell´ultimo spazio, alle spalle degli altri, è da riconoscere parte di quell´ambiente di ignota funzione forse una grangia o comunque una sorta di edificio di assistenza che faceva capo alla chiesa, che si riconosce, già in decadenza, nelle foto degli anni 30´- 40 del secolo scorso, con soggetto S.Maria di Piombinara.
Di notevole importanza i materiali recuperati nell´ambiente sotterraneo, in particolare alcune porzioni della volta crollata in cui sono visibili una mano femminile, il volto di un personaggio, posto di fronte, con un nimbo, al di sotto del quale si scorge parte di un sole radiato, il tutto su un fondo blu. Nell´iconografia si legge una chiara impronta medievale, che ci riporta alla pittura giottesca del 1300. La buona fattura degli affreschi li fa collocare nell´ambito di una committenza importante e di botteghe specializzate, quasi sicuramente dell´area romana.
Angelo Luttazzi
Direttore Museo Archeologico del Territorio Toleriense
Missione Archeologica di Piombinara
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