Nell´età del Bronzo la Bassa era la zona metropolitana dell´area a sud delle montagne veronesi: là dove oggi c´è al massimo una fattoria ogni 10 chilometri c´era un nucleo abitato ogni 5.
Un´area talmente importante e popolata da aver richiesto, in una zona intermedia fra tre villaggi oggi nota come corte Lazise a Villabartolomea, la delimitazione di una fascia di 300 metri dove poter depositare gli omaggi agli dei: unas orta di santuario dove accogliere quelli che erano degli ex voto.
L´immagine non è frutto della fantasia di uno scrittore ma la fredda cronaca di Luciano Salzani, responsabile per la preistoria del nucleo operativo veronese della sovrintendenza archeologica del Veneto.
«L´area in questione è nota da tempo per la ricchezza archeologica - ammette lo studioso - Già Maria Fioroni vi aprì numerosi scavi».
Da lì sono arrivati nel tempo dieci spade, una lancia, tre pugnali, sei coltelli, una freccia, sei rasoi, sei spilloni, una fibula, una pinzetta, quattro bottoni, cinque ribattini, due borchie, due vaghi, tre cilindretti e otto frammenti di lamine.
Ma su tutto c´è ora la certezza della natura religiosa di una fascia di terreno ormai identificata con precisione.
«Era un luogo di offerte votive», spiega infatti Salzani.
«Una pratica culturale relativa alle acque, documentata in tutta l´Europa continentale. In quello spazio sacrale si sono ripetuti rituali d´offerta che hanno coinvolto non tanto e non solo i singoli ma una o più comunità dalla dominante chiaramente maschile».
L´area non era inserita negli insediamenti dei villaggi arginati, ma baricentrica a essi: come fosse il centro culturale di una popolazione che esprimeva spiritualità e riti propiziatori con l´offerta di beni preziosi e di prestigio.
Gli studi di Salzani sul luogo sacrificale di Corte Lazise sono stati recentemente pubblicati sulla serie speciale dei Quaderni di archeologia del Veneto editi dalla Regione e forniscono un quadro esaustivo delle Grandi valli di 4mila anni fa.
Prima delle migliorie agrarie che hanno comportato profondi scassi di grandi vomeri, il proprietario del fondo Dario Stefani ha permesso le indagini archeologiche condotte in collaborazione con Mauro Campagnolo, su di un´area complessiva di quasi tremila metri quadri.
Si è così accertato con foto aeree che l´area era sulla sponda destra di un corso di acqua meandriforme.
Sicuramente molti altri reperti sono stati rimossi dalle arature e dispersi come non è da escludere «che altri siano sul fondo dell´antico bacino, verso est, ancora non intaccato dai lavori agricoli data la maggiore profondità».
Resta la considerazione che si tratti di uno dei pochi casi in cui sono state fatte ricerche sistematiche in un´area votiva di veri e propri culti alle acque.
I Beni culturali sembrano ormai in una crisi sia culturale che finanziaria.
Tanto che il ministero omonimo è in cronica mancanza di mezzi, di tecnici e di specialisti.
Non si fanno più concorsi da decenni, con il risultato che abbondano gli uscieri mentre mancano gli archeologi, gli storici dell´arte, i restauratori, i chimici ed i fisici per non parlare degli architetti e dei paesaggisti.
Le scoperte che si continuano (per fortuna) a fare - e quelle dell´area archeologica di Villabartolomea ne sono un esempio lampante - sono dovute all´abnegazione appassionata dei cosiddetti dilettanti.
Ma i maggiori contributi all´indagine archeologica italiana avvengono grazie alle opere pubbliche: si vede, ad esempio, il metanodotto che da Zimella va a Cologna e che in sei chilometri ha riportato alla luce quattro abitati dell´età del Bronzo.
In pratica si deve solo alla sensibilità dei proprietari dei fondi, all´esperienza degli addetti ai lavori istituzionali ed alla previdenza di chi autorizza gli sbancamenti - oltre che alla gratuita militanza culturale di tanti appassionati di storia - se ancora si riesce a salvare parte del patrimonio archeologico giungendo, come nel caso di Corte Lazise, anche a scoperte molto importanti.
Fonte:srs di Bartolo Fracaroli/L´Arena di Verona di mercoledì 19 settembre 2007 pag. 35
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