ROMA – E´ un momento sublime per Andrea Carandini, un uomo imponente con capelli bianchi sotto un berretto blu che sembra esattamente quello che è: uno dei più rinomati archeologi italiani. E di recente alle sue tante scoperte, si è aggiunto qualcosa di straordinario dall´intrico di rovine del Foro Romano: un palazzo che si ritiene essere appartenuto al primo re di Roma, il cui nome fu forse davvero quello di Romolo, come vuole la leggenda.
Dopo 20 anni di scavo nel cuore di Roma, Carandini spera che, finalmente, gli altri studiosi, che chiama "i miei oppositori" saranno costretti a "tacere".
"Posso vedere, poco a poco, le loro critiche sgretolarsi" ha dichiarato in un inglese incredibilmente più raffinato di quello della maggior parte della gente che cresce parlandolo.
"Oppositori" potrebbe essere una parola forte. Ma per i due decenni in cui Carandini, 68 anni, ha scavato dentro e attorno al Colle Palatino, l´epicentro delle successive generazioni di regnanti romani, ha senza dubbio provocato attorno a sé un certo scetticismo. Non è per la sua abilità come archeologo o per le sue scoperete, che tutti convengono siano di classe mondiale.
L´argomento, sostengono, è quanto peso dare alla narrazione mitica delle prime storie di Roma quando si decide cosa scavare; quanto seriamente considerare la storia di Romolo, che secondo la leggenda fu allattato da una lupa, uccise suo fratello Remo, e quindi fondò Roma sul Colle Palatino, secondo alcune fonti, nel 753 a.C. (prima di essere inghiottito da una nuvola).
La risposta di Carandini – e quel che gli ha causato il maggior numero di problemi, è molto seria.
Nei fatti, egli sostiene che le sue ultime scoperte mostrino che il mito potrebbe essere vero, perfino se il nome del re non fu necessariamente Romolo (per quanto egli ritenga che possa essere) e che la sua balia non fu propriamente una lupa.
Le nuove evidenze, afferma, aggiungono peso alla scoperta – ancora fortemente discussa nel mondo della storia antica – che egli stesso ha effettuato alla fine degli anni ´80, di antiche mura di fortificazione sul Palatino, che Carandini sostiene siano state costruite dal fondatore di Roma e databili attorno al 750 a.C., lo stesso tempo di Romolo.
Carandini afferma di non essere, come molti detrattori suggeriscono, ossessionato dall´idea di Romolo o di provare che le leggende romane siano reali. Ma egli ritiene che, in fin dei conti, stia dimostrando che non sono nemmeno completamente false.
"Vi è una convergenza tra il re che costruì queste pareti e la tradizione letteraria di Romolo" ha dichiarato in un recente tour dei suoi scavi.
Altri sostengono che nei suoi due decenni al sito, Carandini abbia talvolta lavorato a partire dal mito per spiegare quel che ha trovato, piuttosto che attendere che le evidenze emergessero dalle scoperte.
"E´ un archeologo particolare, con un modo interessante e molto fantasioso di interpretare i suoi ritrovamenti" ha dichiarato Tim Cornell, direttore dell´Istituto di Studi Classici all´Università di Londra.
Le più recenti scoperte di Carandini non sono ancora state pubblicate ufficialmente – un fatto che in sé solleva alcuni sopraccigli accademici. Ma, nel corso degli ultimi due anni, ha scoperto quel che egli definisce una gigantesca casa aristocratica, con due imponenti travi di legno, una sala per banchetti, sedie, ceramiche, ed un ampio cortile. Proprio all´esterno del palazzo, sostiene, vi sono altre importanti scoperte collegate, tra cui una casa che ritiene ospitasse il fuoco sacro delle Vergini di Vesta, la dea dei primi Romani.
Ad ogni modo la storia giudica il lavoro di Carandini, mentre i sostenitori ed i detrattori del suo lavoro avranno l´opportunità di giudicare da sé. Quest´estate sarà aperta al pubblico la prima esposizione delle sue scoperte.
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