Il "Bronzo di Lussino" ritorna al suo originario splendore. Dopo quattro anni sono terminati i lavori di restauro della statua greca recuperata nel 1999, nel mar Adriatico, presso l'isola croata di Lussino. L'importanza della scultura per la storia dell'arte antica è paragonabile a quella dei Bronzi di Riace.
L'opera è presentata sul numero di gennaio della rivista "Archeologia Viva".
I lavori, targati Italia-Croazia, si sono svolti in collaborazione fra l'Istituto croato del restauro e il fiorentino Opificio delle Pietre Dure. Alle delicate operazioni, durate quattro anni, ha partecipato il restauratore italiano Giuliano Tordi, affiancato dai tecnici croati. La statua era stata recuperata nel 1999, completamente coperta di concrezioni, nelle acque dell'isola croata di Lussino, dove per circa due millenni era rimasta semisommersa dalla sabbia del fondale a 45 metri di profondità. Rappresenta un atleta greco mentre pulisce lo strumento con cui si deterge il sudore della gara.
Il prezioso reperto è stato ritrovato in modo del tutto casuale (come del resto era già accaduto per i Bronzi di Riace ritrovati nel 1972, per l'Atleta di Fano o Bronzo Getty, 1964 e per il Satiro di Mazara, 1998) da un sommozzatore belga, Renè Wouters, il 12 luglio 1997, durante un'immersione poco fuori il porto di Lussingrande. Nel giugno del 1999 poi, il bronzo è stato recuperato e trasportato presso il Centro sommozzatori della Polizia croata di Lussino, dove è stato immerso nella piscina delle esercitazioni. Di qui è iniziata l'avventura del restauro di uno dei pochissimi capolavori d'arte antica restituiti dal Mediterraneo. Attraverso un foro nel collo della statua il restauratore ha operato come in un vero e proprio scavo archeologico sulla serie di depositi accumulatisi all'interno, recuperando un cospicuo nucleo di materiale organico che ha consentito di ricostruire le ultime vicissitudini del Bronzo. Durante le analisi sono stati identificati gusci di noce, noccioli di oliva, di ciliegia e di pesca, tutti con dei piccoli intagli, assieme a steli di erba morella, una pianta infestante tipica dei luoghi abbandonati. E' apparso chiaro fosse stato in passato una tana per piccoli roditori.
Le operazioni di restauro sono state lunghe e complesse. Inizialmente sono state eseguite, sull'intera statua, riprese fotografiche a raggi gamma - più potenti e penetranti dei raggi x - che hanno consentito di rilevare le condizioni del metallo in profondità, evidenziandone lo stato di conservazione, le saldature e le incrinature. Le condizioni del reperto sotto il profilo strutturale erano pessime: la gamba destra presentava un ampio vuoto, insieme ad una frattura circolare nella coscia; il braccio destro presentava gli stessi problemi e anche il sinistro non dava garanzie di potersi sostenere; mancava infine un dito della mano sinistra, probabilmente, per una frattura antica. La parte anteriore della statua (l'opera è rimasta per secoli adagiata supina sul fianco destro), protetta da uno spesso sedimento calcareo, era in buone condizioni, mentre la parte posteriore, a contatto con la sabbia, si era talmente assottigliata che la superficie era ormai ridotta a metallo mineralizzato, strutturalmente poco consistente. Per il trattamento dei vuoti, Giuliano Tordi ha seguito una prassi consolidata di integrazione cromatica già sperimentata con successo dall'Opificio delle Pietre Dure, ma che non è comune nel restauro di grandi bronzi. In genere, nel restauro archeologico, le parti d'integrazione, realizzate con una speciale resina, l'Arametal, vengono lasciate di un colore grigio-ghisa, che si distinguerebbe nettamente dal bronzo o dalla patina bronzea. Nel caso della statua di Lussino si è ritenuto che questo intervento fosse eccessivamente invasivo e Tordi, d'intesa con la commissione degli esperti, ha conferito alla resina dei toni di colore tali da creare omogeneità con il resto della statua, caratterizzato da patine verdi e brune. I reperti organici recuperati all'interno della statua hanno restituito datazioni differenziate che spaziano nell´arco di oltre due secoli e mezzo: la più antica è il 110 a.C., quella più recente il 170 d.C. Si è così potuto dedurre che già a partire dal I sec. a.C. la statua fu sottoposta a sommari interventi di manutenzione o consolidamento, per danneggiamenti forse collegati a pratiche di trasporto.
Pausania, nella Periegesi della Grecia, pubblicata fra il 160 e il 177 d.C., narra di siti in abbandono, con edifici fatiscenti e invasi dalle erbacce, segno di una decadenza economica e di un diminuito interesse religioso verificatosi in diverse regioni dell'Ellade. Inoltre, si deve tenere presente che, già a partire dalla metà del II sec. a.C., con la "normalizzazione" romana in Grecia, era cominciata la diaspora delle statue greche, che venivano vendute e trasportate per nave verso le regioni più ricche del mondo romano. Secondo gli studiosi, l'opera molto probabilmente sarebbe stata venduta e trasportata dalla Grecia, verso un porto dell'alto Adriatico, da una nave che intorno alla seconda metà del II sec. d.C. fece naufragio davanti all'isola di Lussino. Nel I e II sec. d.C. era normale che le navi romane facessero la spola tra la Grecia e l'Italia, la Spagna o la Gallia, portando statue per i ricchi proprietari di residenze cittadine e di ville in campagna o al mare. Nel caso del Bronzo di Lussino si può ipotizzare che la statua fosse destinata alla città romana di Absorus (Osser/Osor), sulla vicina isola di Cherso (Cres), o a qualche altra località dell'Istria.
Il bronzo potrebbe anche essere caduto in mare durante una tempesta. Lo scrittore latino Giovenale racconta di un amico che faceva commercio per mare e riferisce che la sua nave, investita dalla tempesta, era stata costretta a rovesciare in acqua tutte le merci a bordo per rimanere a galla. Era pratica diffusa, per salvare nave ed equipaggio in circostanze difficili, alleggerire il carico.
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