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25 Febbraio 2003 ARCHEOLOGIA
New York Times
La Guerra in Iraq fermerebbe tutti gli scavi nella regione
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La Guerra in Iraq bloccherebbe l´archeologia non solo nel paese ma attraverso tutta l´area mediorientale, sostengono gli esperti, e potrebbe risultare disastrosa per alcune delle più antiche città mesopotamiche, trasformandole, se fossero bombardate o saccheggiate, in rovine di rovine.

I ricercatori con lunga esperienza in Iraq, temono che i saccheggi del dopoguerra potrebbero causare alle antichità danni ancora superiori che non il combattimento in sé. Si teme anche che alcuni commercianti e collezionisti d´arte potrebbero tentare di trarre vantaggio dai disordini successivi al conflitto e dei cambi al vertice del governo, per avere accesso ai molti tesori archeologici iracheni. Dopo la Guerra del Golfo Persico nel 1991, gli antichi tesori furono razziati e venduti illegalmente sul mercato internazionale.

La paura della guerra ha già avuto effetti diffusi.

Tutti i gruppi di ricerca europei hanno lasciato l´Iraq mesi or sono, sospendendo indefinitamente gli scavi lungo i fiumi Tigri ed Eufrate e luoghi come Uruk, Assur, Nimrud e Ninive.

Altri dubitano di poter tornare nel corso di quest´anno per riprendere gli scavi in Siria, Giordania ed altri luoghi della Turchia meridionale. In molti casi è impossibile garantire l´incolumità a scienziati e studiosi. I ricercatori in Egitto stanno valutando la gravità della situazione, e i progetti nascenti per la ripresa delle operazioni in Iran, a lungo sospese, sono stati nuovamente accantonati.

L´archeologia in Israele, già resa di difficile praticabilità dalle ostilità interne, si aspetta soffra ulteriori interruzioni, e si teme che nessuno dei 30 scavi americani aperti possa essere terminato in tempi brevi. In uno dei siti più estesi, le rovine dell´antica città palestinese di Ashkelon, gli archeologi non hanno praticato un solo scavo per due anni, e non ritorneranno nemmeno la prossima estate.

Perfino i gruppi israeliani, più abituati a lavorare nei tempi peggiori, hanno deciso di non effettuare scavi quest´anno.

Anche coloro che non hanno ancora disdetto i propri impegni per la prossima stagione di scavi, prenderanno presto una decisione nelle prossime settimane, e non sono ottimisti.

"Voglio tornare al campo, ma non voglio attraversare zone di guerra" ha dichiarato il DR. Richard Zettker dell´Università di Pennsylvania, che ha diretto gli scavi in Siria a Tell Sweyhat, una volta considerata a distanza di sicurezza dal confine iracheno.

Gli archeologi hanno manifestato la loro personale preoccupazione ed hanno tentato di allertare gli ufficiali americani delle devastazioni che la guerra ed i suoi strascichi recherebbero alla terra delle civiltà più antiche della storia, dove si generarono la vita urbana e la parola scritta qualcosa come 5500 anni or sono.

I capi delle missioni archeologiche ed i rappresentanti dei gruppi culturali, hanno conferito con gli ufficiali dei Dipartimento di Stato e della Difesa, sottolineando l´importanza del rispetto della Convenzione di Hague del 1954 sulla Protezione della Proprietà Culturale nell´eventualità di un conflitto armato.

Il trattato obbliga i combattenti a non bersagliare siti culturali e monumenti, eccetto il caso in cui installazioni militari si trovino nelle immediate vicinanze. Gli Stati Uniti sono sottoscrittori del trattato, ma non lo hanno ratificato.

Su invito del Pentagono, gli archeologi hanno fornito ai cartografi militari dettagliate indicazioni circa le centinaia di rovine archeologiche sparse per il territorio iracheno. Ma l´intero paese, dicono gli esperti, è un sito archeologico.

"Siamo andati avanti fino a che abbiamo potuto" ha dichiarato il Dr McGuire Gibson dell´Università di Chicago, uno degli archeologi che ha incontrato gli ufficiali del Pentagono. "Ricordiamo che non vi sono alture naturali nell´Iraq meridionale, e se vedrete una collina, nella maggior parte dei casi, si tratterà di un tumulo o di un antico insediamento seppellito".

Come consulente legale dell´Istituto Archeologico d´America, il Dr Patty Gerstenblith, un professore di Diritto alla De Paul University di Chicago, ha partecipato ad alcune delle discussioni e dichiarato che il Pentagono è sembrato "molto ricettivo, almeno in termini dell´acquisizione delle nostre informazioni. Quel che più lascia sperare è che sembra abbiano compreso che il nostro atteggiamento verso i tesori religiosi e culturali conta molto agli occhi dell´opinione pubblica mondiale".