La questione non è nuova; anzi, è antica quanto il Vangelo stesso. Ma rimane - credo - sommamente e drammaticamente essenziale. Con essa l'esegesi cristiana si confronta da due millenni, senza tuttavia pervenire a una soluzione "facile". Accade pure che chi la pone venga talora accusato d'ignoranza o ingenua lettura dei testi sacri. Eppure la domanda sul mancato "avvento" - per quanto scomoda e difficile - mi sembra così fondata, così legittima, sensata, stringente. Ed è una domanda alla quale sono particolarmente sensibili le orecchie di quei cristiani che giustamente badano molto alle parole che veicolano il messaggio; sicché, leggendo - anche col senno di poi acquisito dopo il ritardo - vari passi del Vangelo (Mt 10, 23; 16, 28; 24, 33-34; Mc 9, 1; Lc 9, 26-27; ecc.) è improbabile che si possa restare indifferenti. Ai lettori più "impressionabili" gioverà certamente sapere che sono in buona compagnia, se ritengono che non si possa/debba glissare sulla questione: un nome in particolare, Albert Schweitzer. Tra gli esempi più recenti possiamo citare Hans Küng, che definisce quei testi "molto scomodi, secondo i quali anche Gesù avrebbe atteso l'avvento del Regno di Dio in un tempo vicinissimo" (Cristianesimo); Vito Mancuso, che ammette: "Qui non è possibile cavarsela rimandando a posteriori interpolazioni della comunità, primo perché si tratta di parole attestate da tutti e tre i sinottici e riprese da tutti gli scritti apostolici, secondo e soprattutto perché si tratta di parole così scomode che mai e poi mai i discepoli le avrebbero inventate per metterle sulla bocca di Gesù. Anzi, ne avrebbero volentieri fatto a meno, come facciamo noi cristiani di oggi per i quali queste parole semplicemente non esistono" (L'anima e il suo destino); e Sergio Quinzio, che confessa: "Provo un brivido leggendo nella Lettera di Paolo ai Romani [13, 11] che "la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti" (ma che cos'erano i pochi anni allora trascorsi, di fronte a venti secoli di attesa?); o leggendo in un salmo ancora più antico, il 121, la mai esaudita preghiera per Gerusalemme: "Sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi"" (I Vangeli della domenica).
Non è mica una congettura che la parusìa (per usare il termine teologico che designa l'atteso ritorno del Cristo trionfante alla fine dei tempi) fosse predicata e vissuta come imminente dai primi cristiani, pur ritenendo essi impossibile - nonostante la luce ricevuta sui segni precursori - precisarne data e circostanze (note a Dio soltanto). Proprio fondandosi sulla stessa parola di Gesù (cfr. 1 Ts 4, 15), i primi scrittori cristiani credevano che la parusia si sarebbe prodotta mentre essi erano ancora in vita, o comunque nell'arco della vita dei lettori (cfr. Rm 13, 11-14; 1 Cor 10, 11; 15, 51; Eb 10, 25; Gc 5, 7-9; 1 Pt 4, 7; 1 Gv 2, 18; Ap 1, 1.3; 3, 11; 22, 10.12.20). Se si ignora questa realtà, e cioè che la Chiesa del tempo apostolico viveva nella certezza dell'imminente ritorno del Signore, difficilmente si comprenderanno certe iniziative (ad es. la comunanza dei beni: cfr. At 2, 42 ss.) e certe affermazioni (ad es. quelle di Paolo sulla schiavitù: cfr. 1 Cor 7, 20-21).
Ma quelle aspettative rimasero deluse, come pure quelle avventiste del 1843-44. Così, dopo 2000 anni, i cristiani aspettano ancora "nuovi cieli e nuova terra". Come spiegare un tale ritardo? Solo grazie al dono della fede si riesce a "comprendere" le spiegazioni tradizionalmente fornite. Del resto, di fronte ai grandi interrogativi sul modo di agire di Dio sentiamo lo stesso Paolo esclamare più di una volta: "Quanto insindacabili sono i suoi giudizi e incomprensibili le sue vie!" (Rm 11, 33). Da tanto, troppo tempo (secondo la misura umana, naturalmente) sale inascoltato al Cielo il grido: "Fino a quando, Signore?" (Ap 6, 10).
Ebbene, a prescindere dal fatto che si creda o no nell'immortalità dell'anima, è dottrina comune tra i cristiani che non esiste possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte. Ne deriva che la Seconda Venuta del Cristo e il Giudizio sono da sempre e per tutti molto più che imminenti: sono incombenti (ignorando tutti l'ora della nostra morte). Pertanto, sul piano dell'esistenza individuale, il "tempo della fine" non è più o meno vicino a seconda che si viva oggi, all'epoca di Cristo o di Noè, ma coincide col "tempo presente", ossia la vita che ci è dato di vivere. Insomma, si può dire che per ciascuno di noi è sempre "l'ultima ora" (1 Gv 2, 18).
Circa l'avvento del Regno di Dio, le formule proposte sono note:
il Regno è già in mezzo a noi;
il Regno è dentro di noi;
il Regno è ancora di là da venire.
Come vivono oggi i credenti questa realtà di fede? Cosa deve sapere/credere un odierno aspirante cristiano?
Aspettando il Natale, mi lascio accompagnare - e interrogare - da una "omelia anomala" di Quinzio apparsa sul "Mattino" esattamente vent'anni fa: "Aspettiamo sempre qualcosa, il ritmo delle nostre giornate è scandito dall'attesa delle "notizie": chi ha vinto e chi ha perso nella domenica calcistica? che tempo farà domani? che novità ci sono su Tangentopoli, sulla mafia, sul razzismo? quali nuove "manovre" ci prepara il governo? Ma in realtà noi non aspettiamo niente. Nel senso che non aspettiamo più, non crediamo più, non immaginiamo più che possa accadere qualcosa di diverso per la nostra vita, che possa avvenire qualcosa di significativo che ne cambi il corso. Ci siamo più o meno abituati alle stesse preoccupazioni, alle stesse evasioni, alla stessa noia. Che qualcosa di veramente decisivo possa avvenire per noi è invece l'annuncio che si chiama appunto dell'"Avvento" [...]. E tuttavia è difficile far finta di non sapere che da quasi duemila anni questo cristiano Avvento avviene, ma tutto rimane, in noi e intorno a noi, pressappoco com'era, forse un po' meglio, forse un po' peggio. L'Avvento si è ridotto così a un messaggio soltanto rituale, che da venti secoli deve prepararci al Natale. Ogni anno Gesù viene a salvarci, ogni anno ripetiamo questo straordinario annuncio, ma il fatto stesso che continuiamo a ripeterlo sta lì a dimostrare che visibilmente non è accaduto nulla di determinante, di definitivamente salvifico per noi. Ma che cosa sarebbe dovuto accadere? Ascoltando le omelie nelle nostre chiese, assuefatti come siamo a sentirci ripetere le antiche parole, non ne capiamo più nemmeno il senso. [...] Nei secoli passati, certamente molti cristiani hanno voluto, hanno sperato, hanno invocato, eppure siamo ancora qui, pressappoco allo stesso punto di prima. Non è bastato. Come facciamo, dopo tanto tempo, a non abbandonarci allo sconforto? [...] La speranza è difficile, perché è la cosa seria, che è passata e continua a passare per la croce. Ma al di fuori della speranza dell'Avvento c'è solo, e lo tocchiamo ogni giorno con le nostre mani, il cinismo che dilaga inarrestabile. Siamo sempre più stretti nel nodo di questa alternativa. Siamo schiacciati fra un'ormai lontanissima promessa - la quale ha fatto nascere in noi anche il sogno della modernità come liberazione dell'uomo - e una troppo lunga stanchezza, che dovremmo trovare la forza di sostenere. Dove trovarla, questa forza, se non in Dio?" ("La speranza dell'Avvento", articolo raccolto poi nel volumetto postumo I Vangeli della domenica).
Ma guai a noi se la forza di credere e l'ardente attesa della parusia diventano istigazione a fuggire dal presente e maledire questo mondo!
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