Un riesame dei dati raccolti dalle missioni Viking suggerisce che, già 30 anni fa, le sonde avevano scoperto l'esistenza di forme di vita microbica sul pianeta rosso.
Era il 1976 quando la NASA inviò su Marte due sonde, Viking 1 e 2, per cercare di scoprire se vi fosse vita sul pianeta rosso. A questo preciso scopo, le sonde condussero tre esperimenti, uno dei quali fu denominato Labeled Release (LR).
L'esperimento LR consisteva nel raccogliere frammenti di suolo marziano e mischiarlo con gocce d'acqua che contenevano nutrienti e atomi di carbonio radioattivo.
L'idea era che, se il suolo conteneva microbi, le forme di vita avrebbero metabolizzato i nutrienti rilasciando sia anidride carbonica radioattiva che metano, i quali avrebbero potuto essere individuati da un rilevatore di radiazioni presente sulla sonda.
Furono eseguiti anche una serie di esperimenti di controllo, come quello di riscaldare campioni di suolo marziano a diverse temperature e isolando altri campioni nell'oscurità per mesi - condizioni che avrebbero ucciso eventuali microbi fotosinstetici o che basano la propria sopravvivenza su organismi fotosintetici. Anche questi campioni di controllo vennero mixati con una soluzione di nutrienti.
Per la felicità di molti biologi dell'epoca, l'esperimento LR risultò positivo, e quelli di controllo negativi.
"Nel momento in cui i nutrienti vennero mixati con i campioni di suolo, il conteggio delle molecole radioattive arrivava a qualcosa come 10.000", un valore altissimo rispetto al 50-60 che costituisce la naturale radiazione di fondo su Marte, spiega Joseph Miller, neurobiologo della University of Southern California ed ex direttore di progetto dello space shuttle NASA.
Sfortunatamente, l'esperimento LR non venne confermato dagli altri due esperimenti delle sonde, entrambi i quali risultarono negativi; l'agenzia spaziale quindi escluse la possibilità che vi fosse vita sul pianeta rosso.
Oggi però, dopo aver rivisto i dati LR raccolti dalla missione Viking attraverso un test matematico progettato per separare i segnali biologici da quelli non biologici, il team di Miller è arrivato alla convinzione che l'esperimento avesse effettivamente individuato tracce di vita microbica nel suolo marziano.
"È estremamente probabile che, se vi sono microbi, essi vivano qualche centimetro al di sotto del suolo, vicino al ghiaccio d'acqua", dice il ricercatore.
Accorpando i dati del Viking
Per il loro studio, Miller e il matematico Giorgio Bianciardi, dell'Università di Siena, hanno utilizzato il cosiddetto clustering, o analisi dei gruppi, un insieme di tecniche di analisi multivariata dei dati volte alla selezione e raggruppamento di elementi omogenei in un insieme di dati. "Sono stati così costituiti due gruppi: uno comprendeva i due esperimenti attivi e l'altro i cinque esperimenti di controllo".
A sostegno del loro operato, i ricercatori hanno anche messo a confronto i dati Viking con parametri rilevati da fonti biologiche terrestri e da altre forme puramente fisiche, non biologiche.
"È risultato che tutti gli esperimenti biologici terrestri corrispondevano a quelli attivi delle sonde, e tutte le serie di dati non biologici agli esperimenti di controllo", racconta Miller.
I ricercatori convengono tuttavia che ciò non basta a provare in modo inequivocabile che esiste vita su Marte. "Le nostre analisi dicono solo che c'è un'enorme differenza fra gli esperimenti attivi e quelli di controllo, che gli esperimenti attivi del Viking corrispondono ai dati biologici terrestri, e che quelli di controllo corrispondono ai fenomeni non biologici", puntualizza Miller.
Ritmi marziani
Eppure, le nuove analisi sono anche coerenti con uno studio precedente pubblicato da Miller, che avrebbe rilevato segni di ritmo circadiano (l'orologio interno presente in ogni forma di vita che aiuta a regolare processi biologici come il sonno, la veglia, o la temperatura) dei risultati degli esperimenti LR. Se sulla Terra questo orologio è impostato su un ciclo di 24 ore, su Marte sarebbe su 24, 7 ore: la lunghezza del giorno marziano.
Nel suo studio precedente, Miller aveva notato che la radiazione rilevata nell'esperimento LR variava a secondo del momento della giornata marziana.
"Osservando attentamente, si notava che la misurazione della radioattività del gas saliva durante il giorno e scendeva durante la notte... Le oscillazioni avevano un periodo di 24, 66 ore che corrisponde quasi esattamente al giorno di Marte", racconta Miller. "Si tratta in sostanza di un ritmo circadiano, e i ritmi circadiani sono un buon segnale della presenza di vita".
In attesa del disco
Nonostante i ricercatori siano certi che la missione Viking abbia effettivamente rilevato vita su Marte, secondo Miller saranno in pochi a condividere questa convinzione finché non vedranno un video con dei batteri marziani su un vetrino.
"Non so perché, ma la NASA non ha mai inviato su Marte un microscopio che permetterebbe di fare esattamente questo", dice il ricercatore. "Eppure, se fanno arrivare lassù un microscopio per i geologi, potrebbero farlo anche per i biologi".
La prossima missione della NASA su Marte - il Mars Science Laboratory, anche detto Curiosity - arriverà sul pianeta rosso verso la fine di quest'anno. Benché non sia provvista di un simile microscopio, Miller pensa che il lander possa trovare elementi a supporto dell'ipotesi del suo team.
"Non verificherà l'ipotesi della vita su Marte in modo diretto, ma potrebbe essere in grado di rilevare metano", dice Miller. "E se osservassimo un ritmo circadiano nel rilascio del metano nell'atmosfera, ciò sarebbe una conferma di quanto abbiamo verificato matematicamente".
Lo studio è pubblicato online su International Journal of Aeronautical and Space Sciences.
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