Abbiamo sentito parlare di maledizione di Marte, di varie leggende metropolitane legate al numero di morti causate da un particolare oggetto, ma la storia del "Demon Core" è forse meno nota di altre.
"Demon Core" è il soprannome che venne assegnato ad una sfera di plutonio di 6, 2 chilogrammi che nel giro di un anno (dal 1945 al 1946) causò diversi incidenti all'interno dei Los Alamos National Laboratories. Due di questi episodi sono particolarmente famosi sia per i tragici effetti delle radiazioni sui corpi di Harry Daghlian e Louis Slotin, sia per l'approccio fin troppo approssimativo alla questione atomica che finì in entrambi i casi per causare incidenti mortali.
Nell'agosto 1945, Harry Daghlian aveva soltanto 24 anni, e lavorava nel segretissimo Los Alamos National Laboratory. Aveva contribuito a sviluppare le bombe che colpirono il Giappone, tra le prime ad essere esplose nell'atmosfera terrestre e a venire impiegate in uno scenario bellico.
Al tempo, gli Stati Uniti erano l'unica superpotenza ad essere in possesso di questo tipo di ordigni, ma le alte sfere militari erano ben consapevoli del fatto che ben presto molti altri Paesi sarebbero diventati delle potenze nucleari. Era quindi necessario, secondo l'apparato militare, popolare l'arsenale nucleare di migliaia di bombe di nuova generazione, più facili da gestire e dagli effetti distruttivi superiori alle precedenti.
Le bombe di Hiroshima e Nagasaki erano, secondo gli standard moderni, bombe atomiche ben poco efficienti. Nonostante l'incredibile devastazione che causarono, i ricercatori di Los Alamos sapevano di poter incrementare la potenza distruttiva utilizzando diverse strategie.
Il lavoro di Daghlian era volto all'aumento della potenza di una bomba atomica alimentata da plutonio-239. Il plutonio-239 è un elemento radioattivo, il che significa che decade: i suoi nuclei instabili rilasciano neutroni in grado di "trasformare" gli atomi vicini in elementi più stabili, con la conseguente emissione di particelle .
Questo processo accade naturalmente in ogni materiale radioattivo, ma è molto lento, e causa il dimezzamento di un elemento in migliaia o milioni di anni. Per produrre un'esplosione, quindi, è necessario aumentare l'azione dei neutroni sul materiale fissile velocizzando la reazione fino ad ottenere migliaia di miliardi di collisioni di particelle in una minuscola frazione di secondo.
Per ottenere questo effetto è necessario avere un materiale fissile vicino alla massa critica, e confinarlo in una gabbia che consenta ai neutroni di rimbalzare e tornare verso il plutonio.
Daghlian stava costruendo attorno ad una sfera di plutonio-239 una gabbia di mattoncini di carburo di tungsteno, un metallo molto denso in grado di riflettere i neutroni. Più aggiungeva mattoncino alla gabbia del plutonio, più i neutroni rimbalzavano contro il carburo di tungsteno, facendo raggiungere al materiale fissile livelli prossimi alla massa critica.
Daghlian non voleva ottenere una bomba atomica, quella che viene definita una "massa supercritica". Voleva scoprire quale fosse il limite di massa critica di quella sfera di plutonio-239: il contatore geiger gli avrebbe indicato il momento più o meno esatto del raggiungimento di uno stato critico.
Alla posa di uno degli ultimi mattoni del rivestimento, il contatore geiger impazzì, segnalando il raggiungimento di una massa supercritica prima di quanto Daghlian potesse sospettare. Subito il ricercatore cercò di rimuovere il blocco appena aggiunto, ma gli scivolò dalla mano e cadde direttamente sulla sfera di plutonio-239.
Ci fu un lampo bluastro, e il geiger iniziò a gridare. Daghlian tentò nuovamente di rimuovere il blocco di metallo, ma questo cadde ancora sulla sfera. Decise quindi di rimuovere gli altri mattoncini della gabbia, e pian piano il geiger riprese la sua normale attività. Per Daghlian, tuttavia, era ormai troppo tardi: dopo qualche ora (e con un solo minuto di esposizione alle radiazioni di una massa supercritica) lo scienziato iniziò a manifestare i primi sintomi di avvelenamento da radiazioni. Dopo circa 25 giorni, Daghlian, ustionato alle mani e ormai impossibilitato a muoversi o a parlare, abbandonò questo mondo.
Questa fu la prima vittima del "Demon Core". La seconda morì solo qualche mese dopo: Louis Slotin, amico di Daghlian e collega nello stesso laboratorio, decise di eseguire ulteriori esperimenti sulo steso blocco di plutonio, utilizzando però due semisfere cave di berillio.
La chiusura lenta e progressiva delle semisfere avrebbe dovuto regolare il raggiungimento di una massa critica: se si fosse sigillato completamente il plutonio, infatti, la massa supercritica sarebbe stata una certezza.
Il problema di Slotin fu quello di tentare di regolare la chiusura del guscio di berillio utilizzando...un cacciavite. Il cacciavite, ovviamente, scivolò lungo la superficie liscia del berillio, e chiuse completamente la gabbia del plutonio. Altro flash blu, e massa supercritica raggiunta.
Slotin si precipitò verso la sfera, sollevò la parte superiore con le nude mani ed evitò il mantenimento della reazione a catena che stava per far brillare l'intero laboratorio.
Dopo circa nove giorni di atroci sofferenze, anche Slotin si spense in un letto d'ospedale, ma con la consapevolezza di aver salvato le sette persone che avevano assistito all'esperimento schermandole con il proprio corpo.
I sopravvissuti, comunque, sperimentarono anche loro gli effetti dell'avvelenamento da radiazioni: Alvin C. Graves, che stava seguendo Slotin a distanza ravvicinata, venne ricoverato in ospedale per diverse settimane e sviluppò problemi neurologici e alla vista, morendo 20 anni dopo per attacco cardiaco indotto dalle condizioni di salute causate dalle radiazioni.
Le altre persone non presentarono effetti così invalidanti, ma morirono tutte entro 20 anni dall'esperimento (la maggior parte dei presenti aveva 20-30 anni).
Questi due ricercatori non sono di certo le sole vittime del Demon Core: qualche mese dopo la morte di Slotin e Daghlian, il blocco di plutonio-239 "maledetto" fu utilizzato per fabbricare la bomba "Able" (o "Gilda", di 23 kT di potenza) fatta esplodere sull'atollo di Bikini durante l'Operazione Crossroad proprio per dimostrare l'incremento di efficacia su cui i due ricercatori scomparsi avevano lavorato.
Secondo una ricerca americana del 1996, i veterani che parteciparono al test di Bikini, 46 anni dopo le esplosioni, sperimentarono un aumento di mortalità superiore del 4, 6% rispetto ad altri veterani non esposti. Senza contare i danni a fauna e flora locale, che tra i test dell'Operazione Crossroad e i successivi esperimenti atomici vennero irrimediabilmente danneggiate o mutate.
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