Circa 2.250 anni fa, in Egitto, un uomo conosciuto oggi solo come M1 ha lottato contro una lunga, dolorosa, progressiva malattia. Un dolore nella parte bassa della schiena che si diffondeva nelle altre parti del corpo, rendendo la maggior parte dei movimenti una sofferenza. Quando M1 finalmente cedette alla malattia misteriosa, a un'età compresa tra 51 e 60 anni, la sua famiglia pagò perché venisse mummificato in modo da rinascere e gustare i piaceri dell'aldilà.
Ora un team di ricercatori internazionale ha diagnosticato ciò che affliggeva M1: il più antico caso conosciuto di cancro alla prostata in Egitto e il secondo caso più antico del mondo (il primo riguarda un re scita morto 2700 anni in Russia).
Inoltre, il nuovo studio attualmente in stampa sulla rivista International Journal of Paleopathology, suggerisce che in precedenza gli scienziati potrebbero aver sottostimato la prevalenza del cancro nelle popolazioni antiche, perché la tomografia computerizzata ad alta risoluzione (TC) in grado di trovare tumori grandi appena 1 o 2 millimetri di diametro, è disponibile solo dal 2005. "Penso che in precedenza i ricercatori si siano persi un sacco (di informazioni) senza questa tecnologia", spiega il capo del gruppo di ricerca Carlos Prates, radiologo presso l'Imagens Médicas Integradas, uno studio privato a Lisbona.
A lungo i ricercatori hanno avuto difficoltà ad individuare segni di cancro negli scheletri e nella carne mummificata degli antichi morti. Ma i casi di cancro registrati nelle popolazioni antiche sono rari. Non a caso, uno studio pubblicato nel 1998 sul Journal of Paleopathology aveva calcolato che solo 176 casi di tumori maligni allo scheletro sono stati documentati tra le decine di migliaia di individui esaminati. Il basso numero di casi aveva indotto una teoria secondo cui il cancro sarebbe prosperato solo nella moderna epoca industriale, quando gli agenti cancerogeni sono diventati più diffusi negli alimenti e nell'ambiente e quando le persone hanno cominciato a vivere più a lungo, dando ai tumori più tempo per crescere e proliferare.
Ma le popolazioni antiche, dice Albert Zink, un antropologo biologico presso l'Istituto di ricerca EURAC di Bolzano, non erano estranee agli agenti cancerogeni. La fuliggine dai camini a legna e dai focolari, ad esempio, contiene sostanze note per causare il cancro. E il bitume che gli antichi costruttori di barche riscaldavano per impearmibilizzare le navi è stato anch'esso associato al cancro ai polmoni così come ai tumori dei tratti respiratorio e digestivo. "Penso che il cancro fosse piuttosto diffuso in passato", dice Zink, "più diffuso di quanto siamo stati in grado di notare".
Questa situazione potrebbe però cambiare, dice Prates, nel momento in cui gli antropologi accedono alla nuova generazione di scanner ad alta risoluzione. Le attrezzature che Prates e i suoi colleghi hanno utilizzato per lo studio di M1, per esempio, hanno una risoluzione in pixel di 0, 33 millimetri, il che permette ai radiologi di vedere anche delle piccolissime lesioni - in questo caso nel bacino, nella zona lombare, nel braccio e nelle ossa delle gambe.
Per gli scienziati che studiano le origini del cancro e la complessa interazione con ambiente, dieta, e geni, un tale miglioramento nel rilevamento potrebbe gettare nuova luce su una malattia che affligge l'umanità da migliaia di anni, se non di più. "E di sicuro c'è sempre la speranza che il raggiungimento di una migliore comprensione delle radici del cancro contribuirà in qualche modo ad una cura", conclude Zink.
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