Il cervello sopravvive ad una decapitazione? E' una domanda che non ha mai mancato di incuriosire molte persone, e che nel corso dei secoli ha fatto nascere numerose leggende metropolitane. Ma dove sta la realtà dei fatti?
Una cosa è certa: una volta separata la testa dal corpo, non ci rimane molto da vivere. La questione che ha sempre fatto discutere è, invece, se il condannato a morte per decapitazione sperimenti dolore non appena la lama recide il collo. Ma come possiamo esserne sicuri, dato che nessuno può tornare dall'oltretomba a raccontarci la sua esperienza?
Attualmente non c'è alcuna tecnologia che possa consentirci di eseguire il trapianto di una testa umana, ma gli esperimenti condotti in passato sui cani e sui ratti hanno dimostrato che, effettivamente, il cervello non muore istantaneamente, ma cessa con relativa lentezza la sua attività. Attività che, negli animali da laboratorio, è stata parzialmente ripristinata dopo la separazione del cervello dal resto del corpo originale.
In uno studio pubblicato nel gennaio 2011, i ricercatori della Radboud University Nijmegen, guidati da Anton Coenen, hanno per la prima volta rilevato un lampo di segnali elettrici che si verifica circa 1 minuto dopo la decapitazione. Se per il team questo segnale elettrico rappresenterebbe il gemito finale del cervello, per altri ricercatori non sarebbe affatto il punto di non ritorno dalla morte cerebrale.
L'interrogativo a cui Coenen voleva rispondere con la sua ricerca era inizialmente di natura etica: i ratti provano dolore al momento della decapitazione, o perdono velocemente conoscenza e si risparmiano la maggior parte del dolore?
Inutile spiegare che per rispondere a questo interrogativo si è reso necessario staccare qualche testa dal corpicino di ratti da laboratorio. Durante e dopo la decapitazione, i ricercatori hanno monitorato l'attività elettrica del cervello degli animali.
I roditori dell'esperimento erano suddivisi in due gruppi: il primo gruppo era costituito da ratti anestetizzati, il secondo da ratti perfettamente coscienti.
In entrambi i gruppi di ratti, i ricercatori hanno scoperto che l'attività elettrica cessa mediamente 17 secondi dopo la decapitazione, anche se il periodo di coscienza si estenderebbe non oltre i 3, 7 secondi.
Il dato interessante e inaspettato di questa sperimentazione è stato il lampo di elettricità verificatosi circa 1 minuto dopo che la testa era stata rimossa dal corpo. Questa onda elettrica, secondo il team di Coenen, potrebbe essere il segnale di resa del cervello, che non ha più a disposizione alcuna risorsa in grado di farlo funzionare e si arrende all'inevitabile.
Soprannominato "onda della morte", questo lampo sarebbe il risultato dell'improvvisa perdita di ossigeno e glucosio necessari alla sopravvivenza delle cellule cerebrali.
Ma una nuova ricerca pubblicata su PLoS ONE lo scorso 13 luglio mette in luce il fatto che questa "onda della morte" possa teoricamente essere reversibile, anche se non tutti i ricercatori concordano con questa interpretazione.
Un altro team olandese, guidato da Michel van Putten, ha rilevato lo stesso tipo di onda della morte. Van Putten, tuttavia, non concorda con l'interpretazione di questo segnale elettrico data da Coenen.
La morte, infatti, è un processo che nella maggior parte dei casi si svolge a tappe: cervello e muscolatura devono infatti cessare la loro attività, e non è detto che lo facciano nello stesso istante. Una volta che cervello e cuore cessano di funzionare, inoltre, il deterioramento cellulare a pochi minuti dal decesso non è tale da pregiudicare un possibile ripristino dell'attività muscolare e cerebrale.
Anche dopo l'onda della morte, secondo van Putten, le cellule cerebrali potrebbero teoricamente continuare a funzionare se rifornite di ossigeno e di glucosio. A supporto di questa sua ipotesi, il ricercatore ha portato i casi di alcune cellule cerebrali prelevate da esseri umani deceduti, e uno studio del 1981 in cui si osservò il ritorno dell'attività elettrica del cervello dopo ben 15 minuti di assenza di ossigeno.
"Non abbiamo dubbi che l'osservazione sia reale" dice van Putten. "Ma l'interpretazione è completamente speculativa". Van Putten ha inoltre ideato un modello capace di simulare come le cellule nervose possano reagire quando i rifornimenti di ossigeno e glucosio vengono improvvisamente interrotti.
Secondo Bas-Jan Zandt, co-autore della ricerca di van Putten, il modello di simulazione replica in modo molto simile ciò che è stato osservato nei ratti, e dimostrerebbe che l'onda della morte non è un segnale di totale morte cerebrale. L'onda della morte, insomma, potrebbe essere solo una delle tappe che portano al decesso, e non il segnale di morte completa che Coenen ha ipotizzato.
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