Per capire l'antica Roma bisogna andare in Libia: "E' da come si recepivano in una provincia la propaganda politica, le leggi, le tecniche edilizie e i gusti artistici, che si può conoscere la valenza della civiltà romana". Parola di Luisa Musso, professore ordinario di Archeologia nell'Università di Roma Tre, che dirige scavi a Leptis Magna dal 1984. O forse sarebbe meglio dire che li dirigeva: perché Leptis Magna è sulla strada oggi più bombardata dagli aerei Nato, quella che collega la capitale a Misurata, città ancora sotto il tiro di missili e razzi. E si temono saccheggi nel Museo di Tripoli, diventata obiettivo militare. Gli anni di ricerche e di amicizia con gli studiosi libici, garantiti da trattati fra i due Paesi, sono stati cancellati d'un tratto. Niente, almeno in Tripolitania, faceva sospettare qualcosa; a dicembre, ricorda l'archeologa, erano tutti insieme a festeggiare la chiusura annuale degli scavi e a fare progetti per l'apertura del museo sulle ville imperiali, e ora scorrono sui teleschermi scene di massacri, di scontri a fuoco giornalieri che colpiscono anche vittime innocenti.
Allo sgomento per la perdita di tante vite umane si aggiungono i pericoli che corre uno dei più grandi patrimoni archeologici. "La Libia", sottolinea Musso, "è un Paese di grandi opportunità per ampliare le conoscenze sulla storia antica. Lì i monumenti si conservano in modo eccellente e c'è molto ancora da indagare. L'archeologia, prima voce di un'agenda per un turismo qualificato in crescita, è - speriamo di non dover dire era - vantaggiosa sia per i ricercatori che per gli appassionati del settore". In una terra che trasuda archeologia e bellezza, le tracce millenarie di civiltà diverse portano soprattutto il segno di Roma: qui nacque l'imperatore Settimio Severo; dal porto di Leptis, un trionfo di marmi, partivano per la capitale pietre preziose, avorio, legname, schiavi, belve per i giochi dell'anfiteatro.
seri timori per templi, terme e ville dai magnifici ornamenti, sono condivisi da tutti gli archeologi che vi lavorano: una presenza che risale agli inizi del secolo scorso e che ha visto gli italiani protagonisti, tra l'altro, del recupero del teatro di Sabratha, con uno spettacolare fronte scena a tre piani. I monumenti che hanno subito nel tempo terremoti, incendi e razzie, sono rimasti a testimoniare brani importanti di storia, a essere risorsa economica, e ora si teme - i Buddha afghani insegnano - che possano essere usati per nascondere armi oppure diventare strumento di ricatti e rivendicazioni. L'Unesco, attraverso la direttrice generale Irina Bukova e il suo ente per l'archeologia, l'Iccrom (International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property), ha lanciato un appello alla Coalizione con l'elenco dei siti da salvaguardare, nel rispetto della Convenzione dell'Aja del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di operazioni belliche, e ha offerto la disponibilità per una missione di controllo in Cirenaica. Finora, nessuna risposta.
L'allarme riguarda anche altri Paesi del Mediterraneo, teatro di rivolte contro regimi autoritari per ottenere maggiore democrazia e libertà. Situazioni tutte che creano scompiglio, confusione, disservizi e che, sostiene Mounir Buchenaki, dal 2006 direttore generale dell'Iccrom, hanno una conseguenza comune: "Si approfitta sempre del caos per violare siti o depredare musei. Il traffico illecito dei reperti archeologici è strettamente legato ai disordini e ai conflitti armati; per questi motivi abbiamo chiesto l'intervento dell'Interpol".
Algerino, plurilaureato, archeologo, Bouchenaki è informato in tempo reale su tutto ciò che riguarda il Patrimonio dell'Umanità, ed esprime i suoi timori a "l'Espresso" per quanto sta accadendo. Dall'Egitto Zahi Hawass - che ha ritirato le dimissioni ed è di nuovo ministro dell'Antichità, stavolta con portafoglio - lo ha rassicurato sul Museo del Cairo, che è stato richiuso ed è sorvegliato dall'esercito. Anche se sono stati recuperati alcuni reperti trafugati, tra cui la statuetta in legno dorato che raffigura Tuthankamon, brucia ancora lo scempio compiuto nel gennaio scorso. In quei primi giorni di rivolta contro Mubarak la smagliatura delle forze dell'ordine aveva favorito distruzioni e ruberie non solo al Cairo, ma anche nei magazzini e nei musei sparsi nel Paese (Sinai, Saqqara, piana di Giza).
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