Un gruppo di ricercatori brasiliani ha sviluppato una tecnica per utilizzare le proprietà di questi frutti esotici nella produzione di plastiche ecologiche. Il processo è ancora costoso, ma sono in molti a puntare sul futuro della nano-cellulosa.
La banana e l'ananas sembrano i frutti più promettenti. Ma ci sono buone speranze anche per fico, cocco, agave e arance Laraha. Dopo il prototipo di vettura al bambù realizzato dalla Rinspeed, la fantasia degli scienziati di mezzo mondo sembra essersi scatenata nella ricerca della formula perfetta per creare automobili con l'ausilio del mondo vegetale. Questa volta le novità vengono dal Brasile, che forte della sua grande produzione di frutti esotici sta cercando di aggiungere un tocco di ananas e banana alle auto del futuro.
Usufruendo del palcoscenico del National Meeting&Exposition of the American Chemical Society, un team di ricercatori brasiliani ha presentato una nuova tecnica per utilizzare le fibre di queste e altre piante in maniera più efficiente, così da realizzare una nuova generazione di plastiche più resistenti, leggere ed eco-friendly di quelle oggi in circolazione. Secondo Alcides Leão, ricercatore presso la Universidade de São Paulo, gli steli e le foglie di frutti delicati come ananas e banane potrebbero essere la fonte migliore da cui estrarre fibre di nano-cellulosa, il materiale alla base delle nuove plastiche ecologiche.
Queste fibre - spiega lo scienziato - sono resistenti almeno quanto il kevlar, la fibra sintetica inventata nel 1965 dai chimici della DuPont, di cui sono fatti i giubbotti antiproiettile e, in teoria, persino il costume di Batman. A differenza del kevlar e di altre plastiche tradizionali, che vengono prodotte a partire dal petrolio
o dal gas naturale, le fibre di nano-cellulosa sono completamente rinnovabili e presentano una serie di vantaggi sia per quanto riguarda la leggerezza che dal punto di vista meccanico. L'unico difetto - e non da poco - è il costo, anche se i ricercatori sono convinti che presto si arriverà a tecniche di produzione sempre più economiche.
"Le proprietà di queste nuove plastiche rafforzate in nano-cellulosa sono straordinarie", commenta Leão. "Sono il 30% più leggere e fino a quattro volte più resistenti rispetto a quelle attuali. Nel giro di un paio d'anni, potranno essere utilizzate per la realizzazione di cruscotti, paraurti, pannelli laterali e altre parti di un'automobile. In questo modo l'intera vettura sarà notevolmente più leggera, con il conseguente vantaggio in termini di economia del carburante. Dal punto di vista meccanico, invece, le nuove auto saranno più resistenti ai danni prodotti dal calore, dalla fuoriuscita di benzina, dall'ossigeno e dall'acqua".
In generale, la ricerca sulle fibre di nano-cellulosa è iniziata alcuni anni fa, quando si è scoperto che il legno, se processato in maniera intensiva, è in grado di rilasciare fibre nanoscopiche, così piccole che la sezione orizzontale di un capello umano ne può contenere circa 50.000. Proprio come accade con le fibre ricavate da vetro, carbone e altri materiali, anche quelle di nano-cellulosa possono essere aggiunte ai materiali grezzi utilizzati per produrre le plastiche.
Se il processo, finora, era stato testato su piante resistenti come il bambù e la canna da zucchero, i ricercatori brasiliani ne hanno mostrato per la prima volta l'applicabilità a frutti esotici più delicati, come appunto ananas e banane. Secondo gli studiosi, in particolare, questi frutti - insieme a cocchi, fichi e agavi - sono in realtà le fonti di nano-cellulosa più promettenti.
La "ricetta" per cucinare queste fibre può essere riassunta più o meno così: si mettono le foglie e gli steli dentro un dispositivo che somiglia vagamente a una pentola a pressione; poi si aggiungono alcune sostanze chimiche e si riscalda il miscuglio così ottenuto attraverso diversi cicli. Alla fine si arriva ad un materiale finissimo dalle sembianze simili a una polvere di talco. "Il processo, al momento, è ancora relativamente costoso, ma i risultati sono incoraggianti: basta un chilo di nano-cellulosa per produrre 100 chili di plastica ultra-resistente e super-leggera", sostengono i ricercatori.
Ad oggi, le vetture e i prototipi che sfruttano le proprietà del regno vegetale sono ancora pochi. Un esempio è la nuovissima Lexus CT 200h, i cui interni sono realizzati per l'80% con la tecnologia bio-PET 2. Come spiegano gli ingegneri della Toyota, si tratta di una nuova bioplastica composta da un materiale biologico derivante dallo zucchero di canna, che grazie alle sue proprietà garantisce un livello inferiore di emissioni nocive sia in fase di produzione che di riciclaggio, oltre a contribuire alla riduzione dei consumi delle risorse di petrolio grezzo. Un altro esempio è la "concept car" uscita dalla fantasia di Frank M. Rinderknecht, patron della casa automobilistica svizzera Rinspeed. Come suggerisce il nome stesso del prototipo - Bamboo - molti particolari degli interni sono fatti in fibre di bambù, una delle piante più vigorose esistenti in natura.
Sul fronte dei materiali amici dell'ambiente spicca anche la Hyundai Blue-Will, prototipo di vettura ibrida in cui i fari sono realizzati con plastica di bottiglie d'acqua, mentre gli interni e il cofano del motore sono composti da bioplastiche estratte da piante e combustibili fossili. Altri esempi sono la Lacy Car, il prototipo di utilitaria realizzato da R&D con la carrozzeria a base di resine derivate da imballaggi di plastica riciclata, e la nuova Renault Mégane, per il 12% composta di materie plastiche derivanti da riciclaggio.
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